«Cè anche un fatto di gusto personale: a me i grattacieli non piacciono. Da quarantanni vado a New York e trovo che certe strade siano veramente brutte fatte, come sono, di giganti di vetro per uffici con quelle fontane che non sono davvero la Fontana di Trevi»: così parla Adriano La Regina, larcheologo difensore, per oltre un trentennio, del paesaggio e del patrimonio di Roma. Antica e non. Come giudica lidea di Alemanno di tentare un salvataggio delle periferie con i grattacieli, a dispetto del predominio simbolico del Cupolone? «Mi sembra una prospettiva inopportuna. Certamente quello delle periferie, degradate e vittime di uno sviluppo caotico, è un problema che va risolto. Si tratta di vedere come». Come? «Con un intervento radicale, inducendo con un decreto o una legge, un meccanismo di autorisanamento, come avvenne a fine anni 60 con la legge ponte che tutelava i centri storici vietando di costruire. Un provvedimento che, in quegli anni, salvò mezza Italia». Ma in che modo potrebbero le periferie salvare se stesse? «Proteggendosi dal degrado, come avvenne con i centri storici. Ma si dovrebbero soprattutto bloccare le trasformazioni dei suoli agricoli per trasformarli in altre zone edificabili. Penso a una legge quadro che imponga alle regioni la bonifica delle zone degradate, delle periferie distanti e prive di servizi».