Sempre più case nonostante il boom demografico sia finito Case fuori tempo, tirate su quando il boom demografico si era sgonfiato e non c'era bisogno di nuovi alloggi. Una cementificazione tardiva, che ha investito la Toscana a scoppio ritardato e che, con la sordina e senza generare ecomostri, continua inarrestabile a debordare, quasi fosse una cellula replicante. Nicola Caracciolo, di Italia Nostra, ha un'idea precisa: «È bene che la Regione si riappropri, al più presto, del suo ruolo di coordinamento. Non tutto può essere lasciato in mano ai Comuni, non sempre in grado di resistere alle pressioni». Il professor Rossano Pazzagli, già sindaco di Suvereto, è altrettanto esplicito: «C'è stata, negli anni, una perdita di spirito pubblico. È diminuita la qualità della politica. Per questo si è costruito tanto e in ritardo rispetto al resto delle coste italiane, dove l'invasione del cemento risale agli anni '60». La lista delle brutture urbanistiche è lunga. Dall'anonima periferia di Grosseto ai casermoni di Cisanello, dalla Città Giardino di Viareggio ai palazzi di Follonica. Senza tralasciare la collina di San Carlo, che a San Vincenzo hanno coperto di case, o le villette a schiera di Cecina. «Non dimenticate il Teatro Puccini di Massaciuccoli», aggiunge Caracciolo. «Neppure la colata di cemento del nuovo porto di San Vincenzo», sottolinea Pazzagli. E Maria Chiara Carrozza, direttore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, batte sull'Elba: «Ci sono stata una quindicina di giorni fa. Sono rimasta sconvolta. In particolare da Capoliveri, dove hanno costruito senza risparmiarsi. Dico: prima o poi l'Isola finirà per affondare, col peso di tutto quel cemento...». Tiziano Lera, architetto viareggino, racconta che durante un incontro all'Astor chiamò assassino chi aveva ucciso i suoi ricordi: «Quando passo al Fosso dell'Abate, al Lido, c'è un ponte dal quale si vede tutta la Città Giardino. Io ci sto male. Guardo tutto quell'anonimo cemento e sto male». Dato per scontato che errori urbanistici sono stati fatti a ripetizione e che ben difficilmente ad essi si potrà rimediare, l'urgenza è diventata salvare il salvabile, che pure è ancora tanto. A partire da quel che resta del paesaggio costiero. Gaddo Della Gherardesca fa tre proposte: «In primo luogo io metterei una bordura di piante attorno alle zone industriali, così almeno si tappano quei brutti capannoni. Spuntano come i funghi, le zone industriali: ma è possibile che ogni comune debba avere la sua?». Al secondo punto stanno gli arredi urbani, tutti diversi ma, in definitiva, uno uguale all'altro: «Basterebbe - dice Della Gherardesca - rispettare la natura dei nostri borghi. Cominciando a sostituire gli infissi inox e le tapparelle». Infine, i cartelli stradali, «che si mettono anche per indicare il meccanico rionale. È possibile?». Ma nonostante che la recessione incida fortemente sul mercato immobiliare e che un crescente pessimismo rallenti gli investimenti, molti comuni resistono a stento alla tentazione di concedere nuove licenze edilizie. Le finanze dei piccoli enti territoriali sono ridotte all'osso e l'incasso degli oneri di urbanizzazione è spesso indispensabile a garantire la sopravvivenza. Col risultato che un po' ovunque il cemento fuoriesce dalle pieghe del territorio. Deborda. Finisce anche per cambiare la propria sede naturale, conclude Rossano Pazzagli: «Guardi le due cave di Campiglia, un vero e proprio sfregio all'ambiente. Le scavano per fabbricare il cemento: il calcare delle colline si trasferisce, sotto forma diversa, in riva al mare». Con il risultato che il paesaggio, prima a monte e poi a valle, per due volte viene deturpato.