MILANO E adesso, povera Brera? D'accordo che il suo nome deriva da «braida», ovvero uno «spiazzo erboso». Ma che ne sarà del maxi -progetto che prevedeva, va be ', resti amo ottimisti, prevede il divorzio fra Pinacoteca e Accademia, entrambe ormai strettine nell'omonimo Palazzo, indirizzo insieme di incessanti carovane di turisti e di masse di aspiranti artisti, o almeno studiosi, o almeno professori, o almeno non disoccupati (oggi sono oltre 4 mila). L'Accademia che già sognava una nuova sede prima, entro il 2007, nel vicino Palazzo Citterio, poi, con un balzo di spazi a disposizione da 5 a 25mila metri quadrati, in un edificio da costruire al polo universitario della Bovisa, sinora dominio, fatta eccezione per Psicologia, di avveniristi-che facoltà scientifiche, da ingentilire con il soffio dell'arte. La Pinacoteca che già si vedeva respirare meglio nelle aule lasciate libere, che già pregustava l'esposizione di un 20 in più delle proprie opere (oggi in mostra se ne contano 463), liberando dalla solitudine dei depositi capolavori immeritatamente dimenticati. Un'operazione, il divorzio consensuale, del eosto totale di ben 50 milioni di euro, quasi interamente a carico del Ministero dei Beni Culturali. E infatti, meno di un mese fa, a presentare il rivoluzionario piano di «riassetto funzionale» era venuto a Milano proprio il ministro Giuliano Urbani. Insieme con Letizia Moratti, titolare del dicastero dell'Istruzione e Università, coinvolta economicamente: spetterebbe a lei sborsare ogni anno un milione e 500mila euro per pagare gli affìtti della nuova sede alla Bovisa. La scure che Urbani vede profilarsi su tante venerabili e venerate istituzioni culturali e artistiche italiane si abbatterà anche su Brera, sulle due Brera? E sì che il piano di riorganizzazione era stato annunciato con tanto di tempi. E brevi: progetto esecutivo in 11 mesi.