Una di queste vicende, di tipo personale e professionale, che ha avuto Napoli come sfondo e campo di prova, è senzaltro quella di Vezio De Lucia e, in particolare, quella incardinata negli anni nei quali è stato assessore alla "vivibilità", come si diceva allora, della prima giunta Bassolino, dal 1993 al 1997. Questo rapporto tra lurbanista De Lucia e quella che fu per quattro anni la "sua" città, è raccontato, assieme ad altre storie italiane paradigmatiche di gestione del territorio e vissute in prima persona, nel suo ultimo libro dal titolo "Le mie città. Mezzo secolo di urbanistica in Italia", edito da Diabasis. Un rapporto tra luomo e la città che, come scrive Alberto Asor Rosa nella prefazione, ha fatto emergere di volta in volta i suoi eroi e antieroi, le sue vicissitudini e peripezie, le sue sconfitte e i suoi risorgimenti. Parte di quanto costruito in quegli anni si è certamente dissipata, unaltra parte appartiene alla cronaca di fatti non ancora conclusi e dei quali proprio in quegli anni furono gettate le basi (Bagnoli, Napoli Est). Infine, ci sono i risultati concreti, oramai sedimentati, come il piano regolatore vigente, caparbiamente messo a punto da De Lucia, la pianificazione della mobilità con il piano comunale dei trasporti, la coraggiosa pedonalizzazione di ampi spazi pubblici e simbolici, come piazza del Plebiscito, i primi concreti interventi di riqualificazione delle periferie. La parabola napoletana di De Lucia si concluse assieme al primo mandato di Bassolino, quando lallora sindaco, che si accingeva a essere riconfermato con il 73 per cento delle preferenze, si lasciò irretire, secondo De Lucia, «dalle sirene della scorciatoia e della disinvoltura urbanistica», fatto che manifestò linizio dellinvoluzione di Bassolino e del bassolinismo, che si avviò, non solo in campo urbanistico, verso tendenze deregolative nelle quali non erano più contemplate le scelte coraggiose e "progressiste" del periodo precedente. Il rapporto "tecnico" tra De Lucia e Napoli, comunque, era cominciato già qualche decennio prima, ai tempi della cosiddetta "prima" ricostruzione post-terremoto quando, quale funzionario del ministero dei Lavori pubblici, si presentò nel napoletano e nellIrpinia squassati dal sisma. Di quel periodo è il "Programma straordinario per la ricostruzione", il cui nocciolo, come si legge nel libro, fu «il completamento dei due grandi quartieri di edilizia pubblica di Ponticelli e Secondigliano, la realizzazione di 50 interventi di recupero e spazi verdi per circa 100 ettari, fra i quali tre parchi (a San Giovanni a Teduccio, a Ponticelli, a Scampia». Dopo poco, però, De Lucia dovette osservare da Roma, dovera ritornato, la lucrosa "seconda ricostruzione", quella pilotata da Antonio Fantini ed Enzo Scotti e fatta di strade, autostrade, svincoli, "raddoppi", bretelle, fognature e opere di ogni genere: una "svolta infrastrutturale" che snaturò le soluzioni programmate per il post-terremoto trasformandole in una delle più grosse dissipazioni di danaro pubblico della storia repubblicana. Limmagine dellItalia e della gestione del suo territorio, che emerge da questo libro, è profondamente diversa da quella denunciata con i toni della sfida e della requisitoria alla gestione urbanistica lassista in "Se questa è una città", il libro con il quale De Lucia ha mostrato come il Bel Paese è stato continuamente manomesso dalla rendita parassitaria, dalla speculazione e, più semplicemente, dalla corruzione e dal disfacimento delle regole. Qui, infatti, a emergere sono la documentazione e la testimonianza, anche per evitare loblio dei fatti, soprattutto di quelli in apparenza marginali. «Ho fatto quanto ho potuto per essere utile alla mia città», scrive De Lucia, facendo emergere i sentimenti e lostinazione messi nella sua opera di urbanista "condotto", ma forse soprattutto lamarezza per quanto, di quellopera, è andato perduto.