Necessaria una figura che non abbia solo competenze artistiche, ma che conosca a fondo i meccanismi economici Persa loccasione di avere Fabio Luisi, che sarebbe stato disponibile a trasferirsi a Genova ma che nelle scorse settimane, in assenza di segnali, ha firmato per per il Metropolitan Chiuso il doloroso capitolo del commissariamento, scelti i membri del nuovo consiglio damministrazione, il Carlo Felice torna alla gestione ordinaria. Diventa a questo punto ancora più urgente la nomina del sovrintendente e, immediatamente dopo, quella del direttore artistico che si possa mettere subito al lavoro. Sul toto-sovrintendente naturalmente ci sarà molto da dire in un prossimo futuro. E curioso ricordare che il teatro lirico genovese ha avuto dal 1945 ad oggi dieci sovrintendenti: di questi solo due (Ernani ed Escobar) erano stati già sovrintendenti in altri teatri e lo sono stati anche dopo aver lasciato Genova. Si parla della necessità di un manager alla guida del Torrione. Richiesta condivisibile. Ma che sia un manager ben conscio che un Teatro non è unazienda come altre, produce qualcosa di apparentemente impalpabile e scarsamente monetizzabile come la cultura, un bene di cui, nella crisi generale, non possiamo proprio fare a meno. E poi, le scelte artistiche. Il Teatro arriva da una stagione deficitaria sotto tutti i punti di vista: scelte discutibili, spettacoli e artisti saltati, esiti qualitativi di preoccupante livello. Una credibilità da ricostruire per riportare il Carlo Felice sui suoi standard. In questi mesi si sono perse occasioni ghiotte a cominciare da Fabio Luisi che sarebbe stato disponibile ad assumere un ruolo nel nuovo Teatro e che nelle scorse settimane ha firmato per il Metropolitan. Ma al di là dei nomi, serve un cartellone organico in cui lopera popolare sia presente ma non esclusiva, ricordando che gli spettacoli migliori di questi ultimi anni il Carlo Felice li ha offerti in repertori meno battuti: da Britten (Peter Grimes) a Hindemith (Cardillac), da Janacek (Jenufa) a Massenet (Don Chisciotte). Spettacoli che, a dispetto di chi pensa al pubblico della lirica come ad uno sparuto gruppetto di melomani retrogradi, hanno avuto anche il conforto di una platea numerosa ed entusiasta.