FIRENZE La storia ricca di colpi di scena che accompagna da anni la Galleria degli Uffizi si arricchisce di un nuovo capitolo. Se nelle parole del ministro Urbani si paventa addirittura la chiusura del museo fiorentino, non è la prima volta che gli Uffizi si trovano al centro di problemi direttamente proporzionali alla loro importanza, collegati quasi sempre alla gestione economica del complesso. Il palazzo, fatto costruire da Cosimo I de' Medici al Vasari nel 1560 (ad ultimarlo fu poi il Buontalenti) per ospitare gli uffici amministrativi del granducato, manifestò da subito la sua vocazione a divenire galleria prima e museo poi. Compiuti i 400 anni di età, gli Uffizi marciano ad una media di 4mila visitatori al giorno, il che significa circa un milione e mezzo di biglietti all'anno (in aumento secondo gli ultimi dati estivi). E siamo di fronte alla svolta: il progetto dei Grandi Uffizi (60 milioni di euro stanziati per raddoppiare i metri quadri di esposizione dagli attuali 7mila fino a 15mila, razionalizzazione dei criteri espositivi, visitatori stimati nella nuova sistemazione 7mila al giorno) farà guadagnare entro il 2006 al complesso l'oneroso ruolo di museo più grande del mondo. Ma il 2006 è lontano e ad ogni angolo sorgono problemi. A cominciare dalla polemica nata per la nuova uscita del museo nella vecchia piazza Castellani (ora del Grano) affidata al progetto di Arata Isozaki, con il blocco per gli scavi archeologici prima e la polemica di Vittorio Sgarbi poi, che definì la prevista pensilina «un obbrobrio». L'uscita è stata realizzata tra le perplessità generali in marzo, della pensilina nessuna traccia. E gli episodi si rincorrono: nel novembre del 2002 l'Enel si trovò costretta a sollecitare il pagamento delle bollette della luce del museo. La Venere del Botticelli rischiò di rimanere al buio, e la direttrice Anna Maria Petrioli Tofani puntò il dito contro il mancato trasferimento dei finanziamenti ministeriali. Nel maggio 2003 la psicosi Sars fece emergere i problemi legati all'areazione del museo, per un impianto di condizionamento definito fatiscente. Nel settembre dello stesso anno, un giornalista riuscì con facilità ad eludere i controlli all'ingresso, creando uno scandalo per la mancata sicurezza, Pochi giorni fa una lettera inviata da un gruppo di turisti americani ha messo l'accento sulla sporcizia del museo, una panoramica che va dalle pareti tappezzate di pedate ai bagni in pessime condizioni. Il bilancio del 2003 è stato chiuso dagli Uffizi con 500mila euro di debiti. I precari si lamentano, e il Governo taglia i fondi. Io non intendo assistere impotente a un suicidio» dichiara ieri, in un'intervista al Corriere della S'era, il ministro Giuliano Urbani. Suicidio di chi? Di un Bel Paese che non vuole prendere atto del fatto che i beni culturali sono il suo asso nella manica, asso in senso economico, grazie al turismo e all'indotto, e, anziché investire su di essi, li manda a ramengo. Ora, siccome Urbani di questi Beni è il ministro, il suicidio a cui non vuole assistere - e lo si capisce - è il proprio. A Camere chiuse, in pieno interregno estivo - tra la manovra bis di luglio firmata, dopo le dimissioni di Tremonti, da Berlusconi ministro dell'Economia ad interini, il Dpef steso dal neo-ministro Siniscalco e la Finanziaria 2005 che sarà sul tappeto, alla riapertura del Parlamento, tra settembre e dicembre - Urbani getta il suo grido d'allarme: «Di questo passo, dovremo pensare a una chiusura parziale o totale degli Uffizi». Detto dal titolare del dicastero competente, è un botto. Botto del cui valore simbolico il ministro è consapevole. Se ha usato il nome del museo italiano famoso nel mondo per definizione, l'ha fatto assumendo - per paradosso - il linguaggio dell'opposizione che, in questi anni, ha accusato il governo di svendere la Fontana di Trevi e il Colosseo. Gli Uffizi, semmai, si salvano con la propria gestione economica autonoma, e «in realtà sarebbero a rischio tutti i grandi musei, quelli che costano di più in termini di pulizia» ha specificato ieri pomeriggio Urbani da Capri, parlando, stavolta, dalla pancia d'un sommergibile (del progetto Archeomar che cernisce i beni archeologici sommersi nel mare delle nostre regioni del Sud). Perché il ministro sceglie di arroventare il dibattito politico, disteso fin qui, più in sintonia con il caldo d'agosto, sul nuovo look del Presidente del Consiglio, con un argomento cosi grave e con toni così ultimativi? Perché questi sono i numeri: la «manovrina» di luglio gli ha tagliato 111 milioni di euro, più 24 milioni di stanziamenti discrezionali non obbligatori e in Finanziaria 2005, stando alle linee tracciate per il triennio 2005-2008 dal Dpef, la scure abbatterà d'un quarto il bilancio del Ministero. 11 limite estremo che Urbani si da, intatti, è il 31 dicembre, poi, dichiara, è disposto a diventare l'ennesimo ministro che dice addio al governo Berlusconi. A meno che - aggiunge - la questione Beni Culturali non venga assunta dallo stesso presidente del Consiglio come centrale nella strategia di governo. Si direbbe che in pieno agosto, dopo tre anni e più trascorsi in sonno, salvo Qualche risveglio improvviso (come quando il 6 marzo scorso disertò il Consiglio dei Ministri perché gli stavano rubando sotto il naso i fondi del decreto salva-cinema) Urbani si sia rianimato. E si sia accorto che in questi trentotto mesi il governo ha lavorato, settimana dopo settimana, a scippargli la ragione sociale del suo ministero, i Beni, per venderli, e a ridur-gli il bilancio al lumicino. Approfittano del suo risveglio (che, stando alle voci più cini-che, andrebbe interpretato come un primo passo nella corsa per la presidenza della Rai) i sindacati: Cerasoli, segretario Uil-Beni Culturali, dice che il ministro pecca per difetto, «siamo sull'orlo del baratro», e che i grandi musei chiudano non è escluso affatto; mentre Guidoni e Oberosler, Cgil, sottolineano i tagli del «36 sui consumi intermedi e del 30 sugli investimenti fissi» comportati dalla manovra di luglio. La strategia comunicativa di Urbani è, tradizionalmente, ondivaga. Diciamo che a seguirla passo passo fa venire le vertigini. A fine luglio infatti sulle scrivanie di tremila addetti ai lavori era arrivato - dal dicastero di via del Collegio Romano - un patinato cofanetto con otto fascicoli che esaltavano l'operato del governo Berlusconi per cultura, spettacolo e sport (glissando prudentemente sulle cifre). Due settimane dopo, questo show down sui numeri veri. Giovanna Melandri, sua predecessore per l'Ulivo, sottolinea appunto: «È una dichiarazione di resa, dopo tre anni in cui il ministro ha cercato di rassicurare un'opinione pubblica allarmata per quello che succedeva nel campo della politica culturale, con parole che non rispondevano mai ad atti politici: brandendo l'arma del 3 sulle spese per le Grandi Opere come il tax-shel-ter sui fondi per il cinema. Per tre anni, con coerenza assoluta, il governo Berlusconi ha agito su tre fronti: ha ridotto le risorse pubbliche in questo settore, con provvedimenti come il nuovo Codice o le cartolarizzazioni ha trattato il patrimonio culturale come risorsa da mettere all'incasso, ha allentato le norme che lo tutelavano. E Urbani, in questi tre anni, ha lasciato fare». Melandri, per dare concretezza, dice una cifra: già nel 2003 il bilancio del ministero di via del Collegio Romano era stato decurtato del 30. La linea che l'opposizione intende seguire, in questo caso, qua! è: assistere al harakiri di questo settore del governo? «No, la questione è così cruciale per il Paese, che noi diciamo al ministro: se la sua non è una dichiarazione di resa, ma è una dichiarazione politica, gli diamo il nostro appoggio. Riporti la questione in Parlamento, dopo aver fatto la sua politica, in questi tre anni, sempre altrove. Trovi un drappello di parlamentari della maggioranza disposti ad appoggiare la sua lotta in Finanziaria. Noi lo aiuteremo». Son solo la metà i custodi dei musei. Il ministro Urbani è stato «illuminato» dal sole d'agosto? Ma dove? Gli avvertimenti li aveva avuti, accusano i sindacati confederali, finora ha fatto lo gnorri e anzi è corresponsabile del disastro. Intanto un calcolo: per tenere aperti i musei ci sono 7 mila custodi e ne servirebbero 11mila (magari distribuiti meglio verso il nord e il centro rispetto al sud). «Si è svegliato dal torpore. Da due anni denunciamo tagli che si aggirano sul 40 - dice Libero Rossi, segretario nazionale del settore - Gli uffici non funzionano e non possono pagare le bollette. Ricordiamo poi che non ha ancora dato una risposta sui precari, che lui ha fatto ben poco per aprire canali di finanziamento e che si è attenuto a quello che gli lia ordinato Tremanti mentre gli altri ministri non l'hanno fatto». « Urbani ci ha messo tre anni per capire che i suoi colleghi di governo stanno affossando i Beni Culturali con l'aggravante che ne era perfettamente consapevole - attacca Gianfranco Cerasoli, responsabile di settore della Uil - Da tre anni denuncio con documenti elaborati dalle direzioni generali del ministero il taglio di oltre il 70 delle spese di funzionamento, ho presentato ordini del giorno condivisi da tutto il Consiglio Nazionale ma il ministro, mai presente all'approvazione dei piani di spesa, non li ha mai presi in considerazione come se la cosa riguardasse altri. Soprintendenti e capi d'istituto hanno sfilze dì creditori che li inseguono per luce, gas, pulizie, nettezza urbana. Ma qui si nota l'impotenza e l'incapacità di Urbani, che ha gravi responsabilità».
l'Unità
20 Agosto 2004
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MA
Maria Serena Palieri
l'Unità
Artista / Persona
Bene culturale
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