Elkann eliminato dal Campiello, Bondi si scusa. Il ministro denuncia la «faziosità» della sinistra: una colpa collaborare con me. Lo scrittore ringrazia: un gentiluomo Sinistra, egemonia, sapere. Sono i termini del discorso metapolitico che ieri ha tenuto impegnato Sandro Bondi sulle colonne de «Il Giornale» diretto da Vittorio Feltri. Il ministro per i Beni e le Attività culturali scrive un lungo intervento che prende le mosse dai previsti e già archiviati tagli ai 232 istituti sovvenzionati dallo Stato per giungere a colpire «l'ipocrisia» di un riformismo ormai privato della sua missione storica: «La sinistra si cura sempre di meno dei problemi delle "categorie produttive" e si preoccupa sempre di più dei cosiddetti "intellettuali"». L'auspicio è che si arrivi al superamento di «una concezione della cultura» inesorabilmente «permeata dalla politica militante, da intellettuali organici e da una ideologia che ne deforma i lineamenti». Gli unici interessi, a sinistra, Bondi sembra rintracciarli nella continua richiesta di finanziamenti, nell'emarginazione di «tutti quegli uomini di cultura che rifiutano di essere irreggimentati in qualsiasi campo politico» e nella «condanna al silenzio di quelli che non cantano in coro». A dimostrazione del fatto che il suo tentativo di intavolare confronti sia stato «fatica sprecata» per l'«odio, la brutale faziosità e la violenta ideologia che ancora sprigiona questo mondo culturale vicino alla sinistra» e in un'epoca di «caccia a tutti gli intellettuali sospettati di collaborare con il nemico» il ministro cita il caso di Alain Elkann. Bondi spiega così l'esclusione dalla cinquina del Premio Campiello di Nonna Carla (Bompiani), diario della malattia e della morte della madre dello scrittore, giornalista e consulente del ministro: «Secondo alcune ricostruzioni Alain Elkann, che ha l'unico torto di collaborare con il ministero dei Beni culturali, sarebbe stato eliminato dopo la diffusione di un articolo de "Il Fatto", scritto in un raccapricciante stile staliniano, a causa del quale alcuni giurati avrebbero mutato il loro voto precedentemente espresso in suo favore. Mi scuso con lui, che è un grande scrittore, persona perbene e lontana dagli intrighi politici e culturali, per averlo danneggiato senza saperlo». Il diretto interessato ringrazia, «stupito dalle parole di un ministro che non solo non ha alcuna colpa ma è fin troppo gentiluomo da addossarsela in un Paese nel quale le colpe si tende invece a scaricarle sempre sugli altri. Io e lui abbiamo un'idea comune: la cultura è estranea alla politica». Nel suo ragionamento, il ministro non rinuncia poi ad un altro spunto polemico: il decreto legge di riforma delle Fondazioni liriche, promosso dal suo dicastero e firmato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una giornata di protesta senza precedenti che ha mobilitato orchestrali e maestranze. Per questo provvedimento «che tende a riportare sotto controllo i bilanci e salvare la lirica dal rischio di un fallimento al quale si è arrivati per colpa di quegli stessi sindacati abituati alla demagogia e alla irresponsabilità che ora si sbracciano a difesa della cultura sostiene da alcune settimane sono diventato l'uomo nero della sinistra».