Al ministro Sandro Bondi si deve una grande occasione per la cultura italiana. La famigerata lista dei 232 enti, istituti e fondazioni culturali che - in base alla manovra - avrebbero dovuto essere privati del contributo pubblico è stata stracciata. Nella versione definitiva della legge l'elencone non c'è più: è prevista una riduzione del 50 degli stanziamenti (che diventano quindi circa 10,7 milioni di euro). A decidere dove tagliare sarà il ministro competente, ovvero Bondi medesimo, il quale nei giorni scorsi aveva protestato per essere stato di fatto «esautorato». Una seconda occasione, dunque. Se prima la mannaia cadeva su molti e in maniera un po' indiscriminata, ora il ministro dei Beni culturali ha la possibilità di separare il grano dal loglio, i meritevoli dai viziosi. Ed è una opportunità che non va sprecata. Ecco perché sarebbe bene tenere conto di due aspetti finora trascurati. Primo: la qualità di enti e fondazioni. Secondo: la necessità di defiscalizzare le donazioni dei privati. Non considerando queste due variabili, si rischierebbe di tornare punto e a capo, cioè a spargere soldi (anche se in minor quantità) e a mantenere, accanto ai virtuosi, anche gli enti inutili. Che cosa si intende per ente virtuoso? Facciamo un esempio, che conosciamo bene perché riguarda un collaboratore di questo giornale, ovvero Giuseppe Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spinto. Stiamo parlando di un istituto che con 65 mila euro all'anno, un dipendente e un pugno di lavoratori a progetto sforna numerose pubblicazioni; cura alcuni archivi di importanti personalità del Novecento (tra gli ultimi acquisiti c'è quello di Giano Accame); è dotato di una biblioteca importante e specifica; è aperto tutta la settimana e accoglie centinaia di studiosi da varie parti del mondo. Con la precedente versione della manovra, la Fondazione Spirito - di cui è stato presidente anche Renzo De Felice - avrebbe perso ogni contributo e, di fatto, sarebbe andata verso la chiusura. Ora Bondi ha la possibilità di valutarne le qualità e decidere di conseguenza. Ma giusto per sgombrare il campo dal sospetto che stiamo difendendo amici nostri, diciamo che l'argomento dell'efficienza è sostenuto dagli stessi enti. Altri otto di questi - tra i più attivi (Fondazione Craxi, Società Geografica italiana, Fondazione Istituto Gramsci, Istituto Sturzo, Fondazione Feltrinelli, Fondazione Turati, Fondazione Einaudi e Fondazione Basso) - da tempo dialogano su come stabilire uno standard di eccellenza e, possibilmente, rispettarlo. Ecco, fissando dei parametri - effettivo servizio al pubblico, presenza su internet, autorevolezza - magari in collaborazione con l'Aici (Associazione delle Istituzioni di cultura italiane), si può decretare chi merita il denaro e chi no. Poi c'è un secondo aspetto, fondamentale. Tremonti ha ragione nel sostenere che bisogna tirare la cinghia. Troppo a lungo lo Stato ha sborsato soldi inutili con la scusa della cultura (a beneficio soprattutto degli engagé di sinistra). Se vogliamo che fondazioni e istituti possano iniziare a camminare con le proprie gambe, liberandosi della stampella pubblica, è indispensabile defiscalizzare. Philip Rylands, direttore della Guggenheim Collection di Venezia, ci ha spiegato come funzionano le cose nei due Paesi pi avanzati da questo punto di vista: Stati Uniti e Gran Bretagna. Gli enti sono tutti privati, ma beneficiano «di un sistema di defiscalizzazione che riguarda sia le donazioni che le tasse da pagare». Cioè: i mecenati possono detrarre quanto donano a musei e fondazioni, le quali a loro volta sono libere dal Fisco. Così finanziare la cultura diventa un affare per tutti. «In questo modo», spiega Rylands, «l'aiuto del governo è indiretto e favorisce l'autonomia degli istituti». In Inghilterra esiste poi un progetto che si chiama Gift Aid, in base al quale «è il Fisco stesso a effettuare una parte della donazione». Vero, in Usa lo Stato sostiene alcuni progetti tramite istituzioni come il National Endowment for the Arts, «ma bisogna fare domanda e sperare che abbia successo. Però è sempre preferibile essere finanziati da un privato che da un politico in cerca di voti, conclude Rylands. Che qui in Italia opera con risorse private e qualche spinta pubblica su singole inizative. «Ma rinuncerei a tutti i contributi se mi tagliassero le tasse. Che sono molte di più dei soldi che ricevo dallo Stato». Forza, ministro Bondi. Tagli anche lei.