Dopo aver finto di essere caduto dalle nuvole e aver recitato la parte dell'offeso con il suo stesso governo («mi hanno esautorato», si lamentava di fronte alla imponente lista di tagli che di fatto censurava ogni manifestazione culturale in Italia) ora il ministro Bondi gongola e ha ritrovato il sorriso. Di più, si lancia in sperticati elogi: «Rigrazio il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il ministro Tremonti e il dottor Gianni Letta per la sensibilità che hanno dimostrato», stralciando la black list di fondazioni e istituti. ha anche assicurato i suoi di non sentirsi per nulla arrabbiato e di essere pronto a mettersi «al lavoro come sempre, con l'assoluta convinzione della necessità e giustezza della manovra, coinvolgendo tutti i colleghi ministri, presidenti dei gruppi parlamentari e l'intero mondo della cultura su come e in che modo ridurre le spese inutili, salvaguardando le eccellenze...», Questo il suo editto pauroso. Perché non è poi così vero che i tagli agli istituti di cultura e al pensiero libero tout court siano stati scongiurati o ridotti di importanza: la discrezionalità politica e ideologica non è preferibile al calderone caotico della lista. Il ministro, infatti, deciderà quali rami recidere, in base a motivazioni imperscrutabili e certamente non tarate su ragioni economiche. Bondi potrebbe disporre che i fondi non debbano pi andare alla Casa Buonanoti perché magari ama più Raffaello che Michelangelo; oppure, che Galileo sia ormai desueto con quell'ossessione della terra rotonda che gira intorno al sole o ancora che la Magna Grecia sia da cancellare perché le generazioni future si «istruiranno» con l'iPad e non spolverando antichi reperti di civiltà sepolte. In un teatrino politico alla ricerca del consenso acritico (le parole di Mariastella Gelmini sulla manovra sono illuminanti al riguardo: («le promesse di Berlusconi sono state tutte confermate. Tutela dei ceti deboli, senza tagli alle pensioni, alla sanità, alla scuola, al centri di ricerca e al fondo per l'università...»), un paese colto, costituito di individui consapevoli e formati non è augurablle, è anzi fattore urticante. Assoggettare è una ricetta migliore. Così come l'editoria costretta a rimettere i suoi diritti nelle mani del governo di turno. E va ribadito che non è un'umiliazione per la cultura ricevere contributi e sostegni pubblici perché il suo campo magnetico non è esattamente il mercato, ma la ricerca, la libertà degli studi, la passione intellettuale. E un welfare serio non si sognerebbe mai di abbrutire un paese lasciandolo al palo, deprivato del futuro e a corto di cervelli (dopo averli istigati alla fuga). Per non toccare poi il tasto dell'occupazione in questo settore e dei livelli agghiaccianti di depauperamento e depressione raggiunti già oggi, con il progressivo dimagrimento (fino in alcuni casi alla sparizione) dei finanziamenti, Non siamo di fronte a una manovra economica, ma a una farsa politica in cui l'arma di Tremonti è un silenziatore delle coscienze. Basta mettere in fila i termini del «confronto con la crisi»: editoria, scuola, ricerca, università, cultura. E come mai nelle voci «contabili» sono sparite le spese militari?
Cultura, il ministro impugna le forbici e ritrova il
Il ministro Bondi ha espresso elogi per la sensibilità del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, del ministro Tremonti e del dottor Gianni Letta per aver stralciato la lista nera di fondazioni e istituti. Ha assicurato di non sentirsi arrabbiato e di essere pronto a lavorare come sempre. Tuttavia, i tagli agli istituti di cultura e al pensiero libero non sono stati scongiurati o ridotti di importanza. Il ministro potrebbe decidere quali rami recidere in base a motivazioni imperscrutabili. I fondi potrebbero essere assegnati in base alle preferenze personali del ministro. Il ministro ha anche criticato la manovra economica, descrivendola come una farsa politica.
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