CAPRI La signora sdraiata a poppa di un potente motoscafo guarda infastidita il piccolo sottomarino giallo che, lentamente, si immerge a pochi metri dal suo rumoroso posto al sole. Non sa che sotto di lei, a oltre cento metri di profondità, c'è un tesoro dell'archeologia scoperto una decina di giorni fa. È un relitto del I secolo dopo Cristo, decine di anfore che trasportavano frutta ritrovate proprio da quello strano e costosissimo aggeggio. Si chiama Remora, trasporta due passeggeri che possono manovrarlo per dieci ore di seguito con un joystick simile a quello della play station e da 120 giorni naviga nel mare di Campania e Puglia alla ricerca di tesori sommersi. Remora è l'occhio profondo di "Archeomar" un progetto del Ministero per i beni e le attività culturali che ha l'obiettivo di fare la prima mappa dei reperti archeologici sommersi nei fondali di quattro regioni. Chiusi i capitoli campani e pugliesi, navigherà alla scoperta dei segreti custoditi dal mare di Calabria e Basilicata. Lo assistono una flotta di tre imbarcazioni, alcune telecamere telecomandate e sofisticati apparecchi che leggono gli abissi fino a riprodurre infallibili mappe tridimensionali. Una ricerca che fino ad oggi ha garantito un discreto bottino archeologico. Ieri, alla presenza del ministro Giuliano Urbani (che ha accettato la sfida con la profondità andando a cento metri a bordo del sottomarino tascabile) è stato fatto un primo bilancio nelle acque capresi: sono stati rilevati già una settantina di siti, ricerche documentate con oltre cento ore di riprese video e centinaia di fotografie. Reperti di epoca romana, soprattutto, ma anche quel che resta di un relitto del Cinquecento a largo delle Tremiti e preziosi resti di imbarcazioni medievali, praticamente intatti e per questo di grande valore scientifico: all'epocale merci venivano trasportate in sacche e botti, materiali deteriorabili. Aver trovato a largo di Campania e Puglia piccoli contenitori di terracotta sarà, dunque, utilissimo per mettere insieme i rari tasselli necessari e ricostruire il puzzle che svelerà rotte, alleanze, commerciali, politiche e culturali dell'epoca. Servirà a smentire l'errata idea di un Medioevo caratterizzato da una brusca interruzione dei rapporti con il resto del Mediterraneo. Completato il censimento, infatti, si avvieranno gli scavi nelle aree ritenute più interessanti e «raccoglieranno gli indizi forniti da questi reperti. Sarà la seconda fase di questo progetto. Spiega l'archeologa Giusi Grimaudo uno dei 35 studiosi che partecipano a questo progetto finanziato dal ministero con sette milioni e mezzo di euro: «II censimento sarà fondamentale per la salvaguardia del patrimonio sommerso: per la prima volta si avrà la mappa completa dei beni insidiati dai cercatori di tesori. Poi avvieremo gli scavi: verificare nuove rotte commerciali, scoprire cosa importavamo nel Medioevo, sarà utilissimo. Meglio chiarire infatti che ai fini scientifici è più utile, a volte, recuperare i resti di una nave piuttosto che una preziosa statua. Nei fondali del Mediterraneo ci sono almeno un milione di relitti. Hanno fatto razzia di quello che c'era da prendere entro i cinquanta metri di profondità. Evitiamo che i predatori arrivino prima di noi più a fondo».