«Non ho ancora sentito nessuno, e non ho ricevuto reazioni, ma sono convinto che con la finanziaria rimedieremo alla proposta di tagli ai beni culturali. Non credo che il Paese meriti ne condivida un autogol di questo genere». Così il ministro per i Beni Culturali Giuliano Urbani ha risposto ieri alle domande dei giornalisti sulle reazioni della sua intervista al Corriere della Sera nella quale minaccia le dimissioni nel caso in cui i tagli del 25 per cento al suo ministero previsti in un emendamento dovessero essere confermati. «Io sono l'uomo dello sviluppo, non sono disposto ad essere il gestore del fallimento, e non sono un uomo per tutte le stagioni, né mi si può chiedere di esserlo». Immediate le reazioni del mondo della cultura, tra cui quella di Davide Croff, presidente della Biennale di Venezia. «Su una cosa non dovrebbe esserci discussione: l'Italia, essendo il più grande giacimento culturale al mondo, deve dedicare tutte le risorse ne-cessarie per valorizzare questo asset», ha detto Davide Croff. «n tema sollevato dal ministro è assolutamente pertinente ed importante. Lo inquadrerei - ha spiegato - nel dibattito che da un po' di tempo e in modo sempre più approfondito avviene sulla situazione del nostro paese, sul nostro futuro economico». Croff ha detto di riferirsi ai temi che riguardano il modello industriale, gli obiettivi economici del paese e il suo sviluppo. «Per questo - ha osservato - trovo che sia assolutamente legittimo discutere se ci sia o no il declino industriale, se sia meglio la grande impresa o la piccola impresa, se sia opportuno sostenere le aziende manifatturiere o le public Utilities, ma mi sembra che il richiamare la priorità di questo tipo di finanziamento sia assolutamente importante anche perché cultura e turismo, pur non togliendo nulla al dibattito, che è interessantissimo, sono due pilastri che non possono essere in discussione». A giudizio di Croff però il problema «va affrontato in termini strutturali oltre che congiunturali. Dobbiamo evitare certamente che ci siano dei tagli, però la vera questione è come finanziare il sostegno e lo sviluppo dell'attività culturale in un contesto comunque di risorse pubbliche scarse». Da un lato, quindi per il presidente della Biennale, va mantenuto «il sostegno pubblico che è indispensabile, dall'altro vanno create le premesse perché il mondo privato si avvicini e sia disponibile ad impegnare le sue risorse nel mondo della cultura». «Vanno costruite forme alternative, e complementari, di finanziamento con un occhio - ha aggiunto ancora Croff - a quello che succede negli altri paesi, dove in realtà le grandi istituzioni culturali hanno dei sostegni privati molto forti che in parte sono ovviamente legati alla grande industria. Un'industria che si fa carico di destinare una parte dei suoi profitti al settore in base al concetto di responsabilità sociale dell'impresa. Però si deve anche, attraverso opportuni metodi di incentivo fiscale, ampliare la platea di coloro che possono ampliare i contributi». Un lavoro strutturale che, a giudizio di Croff, richiede tempo e «soprattutto il formarsi di una mentalità che considera fra le priorità rilevanti anche il finanziamento di questo settore». A questo proposito, Croff ha sottolineato il risvolto economico di rb torno: «la Biennale di Venezia che spende ogni anno circa 2324 milioni di euro, tra contributi pubblici e sponsorizzazioni private, genera un indotto economico nell'area veneziana di 53 milioni di euro. E a dirlo è una misurazione dall'Università di Ca' Foscari. Questo vuoi dire che intorno a questo mondo, può girare un indotto economico non indifferente e che si può tra l'altro collegare al mondo del turismo. Perché è chiaro -ha concluso - che una ricca offerta culturale è in grado di attrarre turismo qualificato che a sua volta ha il suo indotto».