La protesta: ferita mortale, senza fondi addio lavoro per due-tremila persone MILANO «È una questione di sopravvivenza. Se il testo della manovra resta quello anticipato, promuoveremo un appello e una manifestazione pubblica per denunciare la ferita mortale inferta alla cultura». A parlare è Lucia Zannino, segretaria dell'Aici, associazione che raggruppa 85 enti culturali, quasi tutti colpiti dalla norma che cancella i finanziamenti statali destinati a 232 organismi di vario tipo. Una protesta cui offre una sponda il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, il quale ieri ha progressivamente inasprito la sua posizione. Inizialmente, dicendosi «in piena sintonia» con la decisione dei tagli alla cultura, si è limitato a esprimere rammarico per non aver potuto «concertare dove intervenire e in che modo farlo». Poi, in tarda serata, Bondi si è proclamato in disaccordo «con i tagli indiscriminati alla cultura, specie se la lista degli istituti tagliati dal finanziamento pubblico contiene eccellenze italiane riconosciute nel mondo». D'altronde le conseguenze si annunciano pesanti. Se per una serie di enti economici, spesso considerati ormai rami secchi, il governo ha deciso la soppressione, nel caso degli istituti culturali si rischia di arrivare in molti casi a un affossamento di fatto. «Senza fondi pubblici dichiara Lucia Zannino gran parte degli enti non possono andare avanti. Dovranno chiudere archivi e biblioteche, licenziare il personale: due o tremila persone perderanno il lavoro. E appare arduo rimediare trovando risorse altrove: se perdiamo i mezzi necessari per tenere in piedi le strutture, diventa impossibile promuovere progetti su cui ottenere sussidi privati». C'è di più: in una lettera al presidente della Repubblica (cui hanno aderito, tra gli altri, gli istituti Gramsci e Sturzo) il presidente della Fondazione per le scienze religiose di Bologna, Alberto Melloni, nota che l'esclusione dai fondi pubblici in Italia penalizzerà gli enti culturali anche all'estero: «Negli Usa e in Europa spiega non si raccolgono contributi economici, né si partecipa ai concorsi per ottenerli, se non si dimostra di avere una base di finanziamenti concessi dal proprio Stato di appartenenza. Per giunta l'esclusione dagli stanziamenti è stata presentata come la conseguenza di inesistenti inadempienze: un marchio d'infamia immeritato che non aiuta certo a reperire risorse private». Un caso clamoroso riguarda l'Istituto e museo di storia della scienza di Firenze: «Il 10 giugno denuncia il direttore Paolo Galluzzi riapriamo al pubblico dopo un enorme lavoro di ristrutturazione, costato 8 milioni di euro. Ma il giorno dopo dovremo chiudere. Le sovvenzioni statali, 1 milione e 750 mila euro, sono metà delle nostre entrate: se ci vengono meno senza preavviso, possiamo solo dichiarare fallimento. E dire che siamo in corsa per il titolo di museo europeo dell'anno...». In teoria esiste un'ancora di salvezza cui aggrapparsi: il 30 per cento delle risorse risparmiate finirà in un fondo da cui gli enti culturali potranno attingere avanzando una «richiesta documentata emotivata». L'erogazione degli eventuali contributi spetterà al presidente del Consiglio, di concerto con il ministro dell'Economia. Una soluzione che non piace al presidente della Fondazione Spadolini, Cosimo Ceccuti: «Il ministero dell'Economia ha il diritto di tagliare i fondi, ma non di intervenire nella decisione su quali istituti finanziare e quali no. Così il ministero dei Beni culturali viene esautorato con un autentico colpo di mano». Forse è anche per questo che Bondi mastica amaro.