Il presidente Pio Baldi spiega le strategie della Fondazione per vincere la sfida dell'autonomia finanziaria Una macchina da 10-12 milioni di euro l'anno. Affitteremo degli spazi ai privati Archiviata la stagione del cantiere e delle acquisizioni, del progetto e dell'esordio, d'ora in poi la vera scommessa del Maxxi si chiama autonomia finanziaria. In una stagione in cui il denaro pubblico scarseggia, il primo grande museo nazionale italiano di Arte contemporanea debutta sul mercato internazionale dell'economia della cultura dove grandeggiano la Tate Modern di Londra, il Beaubourg di Parigi, e ovviamente il Guggenheim di Bilbao. Lo sa bene Pio Baldi, presidente della Fondazione Maxxi e quindi del suo consiglio di amministrazione formato, con lui, da Roberto Grossi di Federculture e dal docente universitario Stefano Zecchi. Qualche cifra, presidente Baldi? «Siamo in tutto e per tutto una Fondazione privatistica. Come la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano, la Quadriennale di Roma, il Museo Egizio di Torino. Un grande vantaggio perché ci permette di ricevere sostegni e donazioni dai privati e inserirli direttamente in bilancio senza passare attraverso il ministero dell'Economia come avviene per i musei normali». Qualche cifra, Baldi? «Quest'anno, grazie al sostegno del ministro Sandro Bondi e di Arcus, abbiamo ricevuto dallo Stato 4 milioni di euro. Altri 1,8 ci giungono dalla legge speciale sul Maxxi, la 237 del 1999, in più è una lunga lista di sostenitori che, ogni anno, versano 5.000 euro per poter partecipare alle attività del museo». Compaiono nomi come Ginevra Caltagirone, Giovanni Aldobrandini, Ginevra Elkann, Anna Fendi, Nicoletta Fiorucci, Gilda Moratti, Martine Orsini, Maite Bulgari. Poi, un importantissimo passo successivo da definire in tempi brevi: «Siamo a buon punto di trattativa con Fendi-Arnault. ll Consiglio inserirebbe un nuovo membro designato da loro e il Maxxi riceverebbe un sostegno di 2,5 milioni di euro in tre anni». Dunque, la grande moda al museo... «Certo. Il Maxxi ha una parola tra quelle chiave per il suo futuro. Cioè interdisciplinarità tra ciò che è legato all'estetica, cioè all'arte e all'architettura contemporanee: moda, design, pubblicità, cinema». Un nutrito gruppo di sostenitori versa tra 100 e i 350 mila euro l'anno: Terna, Telecom, Bmw e Zumtobel. Ma per il museo nato a suo tempo per intuizione di Walter Veltroni e concluso da Bondi (in mezzo nessun altro ministro ha mollato il progetto: Giovanna Melandri, Giuliano Urbani, Rocco Buttiglione, Francesco Rutelli) c'è un'altra fonte di introiti, spiega Baldi. Ovvero l'affitto degli spazi a privati: «Piazza esterna, atrio e auditorium. Contiamo di poter arrivare a uno, due avvenimenti a settimana». In più le altre attività del museo: ristorazione, caffetteria, merchandising, bookshop, uso del marchio. Ultimi ma non ultimi, gli incassi da sbigliettamento. «Se saremo bravi potremo arrivare a incassare col comparto museo 4 milioni l'anno», prevede Baldi. La macchina non è pesante: 25 dipendenti più altri 25 a tempo determinato, tutte donne («perché sono le più brave», sorride Baldi) tranne lo stesso presidente, il segretario generale Alessandro Bianchi e Mario Schiano dell'ufficio tecnico. Per un costo complessivo, presidente? «Solo qualche paragone. Il Mart di Rovereto, il più piccolo museo del genere, costa 8,5 milioni l'anno. Il grande Beaubourg arriva a quota 120. Il Reina Sofia di Madrid a 60. Il MacBa di Barcellona ha un bilancio di 13 milioni l'anno. Per noi questa sarà l'annata d'esordio: tutto, ma proprio tutto compreso spero di chiudere i conti a fine 2010 tra i 10 e i 12 milioni di euro». Una cosa, intanto, è certa. Cioè il sostegno del quartiere: «All'inizio abbiamo avuto diffidenze e difficoltà. Poi, grazie al coinvolgimento dei bambini da parte nostra, tutto è andato per il meglio. Ora gli abitanti sono dalla nostra parte». Come voce di bilancio non economica, è tutta in attivo.