Non sono in discussione i principi ma i tempi e i modi di attuazione Il paese è colpito da un nuovo sconvolgente tsunami economico-finanziario. Nessuno sapeva e nessuno poteva e doveva sapere. I terremoti anche se prevedibili, non sono annunciati. Ancora qualche settimana fa, Berlusconi rassicurava sul superamento della crisi e bacchettava, ridanciano e convinto, i "profeti di sventura" fuori dal coro degli ottimisti ad oltranza. Il governo assicurava: tutto Ok. Non serva una manovra-bis. Invece, improvvisamente, scatta l'allarme Italia. La Grecia è vicina. L'Ue pressa Tremonti e Berlusconi. Un Sos drammatico e disperato. Tutto in una manciata di giorni e tutto giocato come una partita di tennis. La palla rimbalza da Tremonti a Berlusconi ma non esce mai fuori campo. Una partita finta. Doveva finire a set parti come da programma. Lacrimi e dolori per il paese, per i ceti più poveri, lavoratori precari e pensionati. Stretta drastica sugli Enti Locali. Come sempre. Non cambia nulla. Non è cambiata con Prodi e con il centro sinistra quando si è dovuto tirare la cinghia. Non cambia con Berlusconi ed il centro destra. Si salvano i soliti noti. Le parole d'ordine come slogan, non mutano: caccia agli evasori, via le auto blu, stop alle spese superflue. Resteranno, come è noto e come gli italiani sanno, gli uni e gli altri. Un esercito, i primi. Una sorta di fabbrica Fiat, le seconde. I tagli annunciati alla spesa pubblica sono drastici. E' legittimo chiedere: dov'è la verità? Come è possibile che solo ora e finalmente, Berlusconi ci mette la faccia parlando di "sacrifici indispensabili e di spesa fuori controllo" e di una Italia vissuta sopra le righe. E fino ad ieri chi ha controllato i conti pubblici? Gli Enti Locali sono, come i milioni di italiani a reddito bloccato, al centro della manovra. Metà della cifra da ridurre verrà dal taglio agli Enti Locali. Circa 15 miliardi di euro. Il 60 per cento dalle Regioni a statuto ordinario, 1,5 mld dalle Regioni a statuto speciale. Per i Comuni e 800 dalle Province in attesa delle conclusioni sulla "sparizione" delle dieci cosiddette "minori". Le conseguenze saranno drammatiche. Il sistema degli Enti Locali è in fibrillazione. La Lombardia, Regione più ricca, piange. Dichiara Formigoni: "La manovra non è sostenibile. Il ridimensionamento nei due anni, è del 30 per cento. Si mettono a rischio tutte le politiche attive come i servizi sociali, le politiche per le imprese, le politiche ambientali e l'istruzione". Tradotto: le politiche che sorreggono bisogni e diritti dei cittadini poveri o a reddito basso. Di insostenibilità dei tagli è convinto anche Vasco Errani, presidente della Conferenza Stato-Regioni. Marco Filippeschi, presidente di Legautonomie, è categorico. "E' una manovra ingiusta che impoverisce il paese. Il mondo delle Autonomie deve chiederne un radicale cambiamento. Non è in discussione il contributo degli enti locali ad un percorso di riequilibrio dei conti pubblici ma i suoi contenuti e le modalità. Viene chiesto uno sforzo aggiuntivo di oltre 5 miliardi nel triennio che si innestano sugli effetti di disposizioni già fortemente penalizzanti avviate con la finanziaria del 2008. Questa manovra si propone una riduzione della spesa che è fatta prevalentemente di rinvii, congelamento dei contratti pubblici e finestre sulle pensioni; si tratta di misure demagogiche e non ci sono interventi strutturali che aggrediscono i costi del centralismo". In particolare, non viene in alcun modo ridefinito il Patto di stabilità interno per gli enti locali, che nella sua attuale formulazione produce effetti quasi esclusivamente sulle spese in conto capitale e quindi sugli investimenti o sui pagamenti alle imprese, con effetti ulteriormente recessivi sull'economia reale. Nonostante le intenzioni di non provocare macelleria sociale in realtà questa manovra, parziale e miope, provocherà un impoverimento della qualità della vita delle nostre collettività. In uno scenario grave e preoccupante, si inserisce il processo federalista. Non si capisce come le Autonomie possano reggere e risolvere positivamente già un primo nodo: il cosiddetto federalismo demaniale. Se si pensa anche al federalismo fiscale, il quadro del paese appare ancora più disarticolato. Il Sud corre il serio rischio di restare schiacciato. Non si mette in discussione il federalismo. Si debbono tuttavia discutere i tempi di attuazione. Acquisiti i principi vanno verificati attentamente i conti e le tappe. Una situazione di emergenza sollecita misure straordinarie politiche, istituzionali ed anche una pausa di riflessione. Il federalismo non può nascere dalle negatività. Il Sud non potrebbe reggere. num. 104 - pag. 33