ROMA - La scure della manovra economica sabbatte sullintero tessuto culturale italiano. Lelenco degli enti che non riceveranno più i fondi del governo include gli istituti più importanti, blasoni delle diverse geografie politico-culturali, dalla Fondazione Einaudi a quella Gramsci, dalla Feltrinelli alla Ugo Spirito, dalla Cini allIstituto Croce, dal Centro Gobetti allo Sturzo, dallIstituto storico per il movimento di Liberazione al Gabinetto Vieusseux e alla fondazione Olivetti. Milioni di volumi, chilometri di documenti darchivio, anche un vasto patrimonio museale che rischia di bruciarsi per mancanza di fondi. Alla vigilia del centocinquantesimo compleanno dellItalia, unintera tradizione culturale viene decapitata. «Siamo privati della nostra carta didentità nazionale», sintetizza Franco Salvatori, presidente dellassociazione che rappresenta larga parte degli enti azzerati. «E tutto questo per risparmiare non più di venti milioni di euro: più o meno questa la cifra con cui il governo finanziava i duecentotrentadue istituti liquidati». In un primo tempo era circolata una "short list" delle fondazioni colpite dalla manovra, poco più di settanta, in cui comparivano anche istituzioni importanti come lIstituto di studi filosofici di Napoli, ma il danno sembrava limitato. In un secondo momento è stata diffusa una seconda lista molto più lunga, che include il Gotha della cultura italiana nelle sue varie discipline, la Società dantesca e la Domus mazziniana, lAccademia nazionale di San Luca e lAccademia Olimpica, e un lungo elenco di istituti ora sullorlo del fallimento. «Noi rischiamo di chiudere», dice Gianni Perona, direttore scientifico dellIstituto nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. «I finanziamenti ministeriali costituiscono il pilastro che regge il funzionamento ordinario. A causa della crisi, le fondazioni bancarie sono diventate meno generose». Lallarme investe molte altre sigle, anche luoghi della memoria di grande valenza simbolica come il museo di via Tasso a Roma, o centri come quello Sperimentale di Cinematografia. «Quei fondi», spiega Lucia Zannino, segretaria della Fondazione Basso e dellAssociazione degli Istituti Culturali, «costituiscono lossigeno per la gestione ordinaria. In gioco non è soltanto la vita culturale delle società, ma un patrimonio librario e archivistico di straordinario valore». Un azzeramento che appare demagogico, non giustificato dalle risorse risparmiate. «Forse vogliono giocarsi la carta delle duecentotrenta sigle, per fare un po di scena», suggerisce il professor Salvatori, presidente della Società Geografica Italiana, anchessa a rischio. «Si sacrifica la storia culturale nazionale per nulla. A meno che non vi sia una volontà punitiva». Quel che colpisce è il passaggio delle competenze dal ministero dei Beni Culturali al ministero dellEconomia e alla presidenza del Consiglio. Un articolo del decreto stabilisce che il 30 delle risorse ricavate potrà essere elargito a quegli istituti che ne facciano "documentata" richiesta. Tuttavia chi decide quali istituti salvare e quali affossare non è più Sandro Bondi, ma Tremonti e Berlusconi. Gli studiosi mostrano perplessità. «Cosa centrano il ministro delle Finanze e il premier con valutazioni di merito sugli istituti culturali?», si domanda Perona. «Non era mai accaduto finora».