Tra i colpevoli cè anche il maggiore studioso della "Topografia della città di Napoli nellXI secolo" (1895): Bartolommeo Capasso (teneva molto alla doppia m del suo nome). E cosa dice in questo testo? Egli scrive: «Da Santa Maria La Nova, ove nei tempi angioini si ricorda una torre, che i patrii scrittori dicono "Mastra", le muraglie continuavano verso lo Spedaletto e verso rua Catalana; fin quasi alla via Porto. Qui i nostri monumenti ricordano il Castellone nuovo (Castellione novum), poi la murazione in su lo sbocco di rua Catalana girava verso oriente e per la linea del vico Venafro a Porto, tirava dietro la chiesetta di Santa Maria a mare, or ora abbattuta pel risanamento, ove una carta del 1264 ricorda una torre ed ove, a quanto pare, aprivasi una porta, che usciva allaltro porto de Arcina, indi molo pic-colo»; cioè: esattamente dove stati ritrovati. Ma non basta. A questa chiara descrizione topografica, fatta sulla base delle fonti archivistiche, si accompagna una rigorosa mappa del «comm. Luigi Riccio e del valente ingegnere sig. Hornbostel», che precisa ulteriormente tale localizzazione. Dunque, Capasso smentisce il responsabile della mostra e degli scavi. Infatti, indica inequivocabilmente che la muraglia non passa per via Sedile di Porto, bensì «tirava dietro la chiesetta di Santa Maria a mare». Questa, come risulta dalla pianta di Napoli dello Schiavoni (1872-80), era situata proprio «davanti alledificio della Borsa»; cioè, dove è stata ritrovata. A questo punto si profila un giallo: perchè la didascalia della mostra ignora il testo di Capasso che aveva individuato con precisione la muraglia, la torre e la stessa postierla già nel 1895? In attesa di un chiarimento resta un fatto: la distruzione di una straordinaria memoria di un glorioso periodo della storia di Napoli del quale sopravvive solo qualche reliquia. Cosa bisognava fare a piazza Bovio? Anzitutto e soprattutto tenere conto dei testi di Capasso rivelatesi sorprendentemente esatti. Essi avrebbero permesso di effettuare saggi mirati allindividuazione di tali resti che potevano essere incorporati nel progetto della nuova stazione come una eccezionale testimonianza dellepoca bizantino-ducale. Ma nulla di tutto questo è avvenuto. Una palificata in cemento armato decisa al buio ha tranciato a metà e in obliquo la torre altomedioevale che poi è stata accuratamente dilapidata e distrutta obliterando per sempre laltra metà. Dunque, un nuovo intollerabile esempio di archeologia che riduce larchitettura a pezzi da depositare nei musei perdendo capisaldi topografici e monumentali unici per la storia di Napoli. Quando si comprenderà che larcheologia urbana è qualcosa di molto diverso dallo studio dei frammenti e dei cocci, certamente indispensabile ma ineffettuale senza una visione interdisciplinare del contesto geo-morfologico, urbatettonico e progettuale? Intanto, mentre segnaliamo che esiste unaltra torre della stessa muraglia «che dicevasi de angula» alla Spezieria Vecchia, tuttora interrata e a rischio distruzione, invitiamo i responsabili della mostra a correggere la didascalia sconfessata clamorosamente dalla grande lezione del "principe dei topografi patrii" che, da imputato, viceversa, esce ingigantito da questa vicenda di ordinaria irresponsabilità. Scriveva Benedetto Croce: «Napoli è un paese in cui è impossibile promuovere un pubblico interesse senza rimetterci il cervello o la salute». (Taccuini, 1917-26)
LA TORRE MEDIOEVALE E LE PAROLE DI CAPASSO
Il testo discute la distruzione di una torre medievale a Napoli, descritta da Bartolommeo Capasso nel suo libro "Topografia della città di Napoli nell'XI secolo" (1895). Capasso descrive la torre come parte di una muraglia che si estendeva verso lo Spedaletto e la via Porto, e indica la sua posizione precisa. Tuttavia, la didascalia della mostra che ospita gli scavi ignora il testo di Capasso e indica la torre come se si trovasse a piazza Bovio, dove è stata effettuata la distruzione. La distruzione della torre è considerata un esempio di archeologia inefficace e irresponsabile, che riduce l'architettura a pezzi da depositare nei musei.
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