ROMA. Spazi vastissimi e affascinanti nell'edificio al Flaminio, costato 150 milioni: un'architettura che coinvolge il visitatore in un'esperienza corporea e mentale Fischiato il ministro Bondi che rivendica a Berlusconi il merito, poi la festa prosegue con l'archistar Hadid Dopo oltre dieci anni di lavori e di attese il Maxxi, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo, domenica a Roma apre finalmente le sue porte al pubblico. Il progetto di uno dei musei di arte contemporanea più grandi al mondo, ideato dall'architetto Zaha Hadid, costato 150 milioni di euro, ha convinto i sei diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni: governi di diversi colori politici, ma quando Sandro Bondi rivendica a Berlusconi il merito si solleva in sala una bordata di fischi, prima che il ministro ai Beni culturali completi la frase, riconoscendo anche i meriti dei predecessori di centrosinistra. Bondi dice di credere «in una cultura libera dalle ideologie. Ho delle idee e le rivendico anche nel campo dell'arte, della letteratura e del cinema. Lo ritengo giusto e legittimo». Ad accogliere i visitatori al nuovo museo è un'opera colossale, lo scheletro di Gino De Dominicis, [FIRMA]Calamita cosmica del 1989, che abbiamo visto dialogare all'aperto con le guglie del Duomo, quando Sgarbi era assessore alla cultura di Milano. La scultura di De Dominicis qui è adagiata sotto il grande portico in cemento all'ingresso del museo. Circondata da guardie del corpo, protetta come una star, Zaha Hadid si fa attendere. Arriva all'ultimo momento, anche dopo il ministro Bondi e suo seguito. Nel frattempo Vittorio Sgarbi, in prima fila, ribadisce che, polemiche a parte, è ottimista sulla sua nomina a soprintendente al polo museale di Venezia. «Zaia è dalla mia parte ed è meglio avere dalla propria parte il presidente attuale che non quello defunto». Riferimento a Galan, che non vorrebbe Sgarbi a Venezia, dove fu condannato per assenteismo. Zaha Hadid è in nero, abito attillato con sopra uno spolverino dal taglio morbido e ondulato, proprio come il suo museo. Si è fatta male a un piede, è sofferente, cammina a fatica, ha il volto tirato. L'attenzione è tutta su di lei. Da parte della stampa ma anche di direttori, curatori, di tutti. La vera opera d'arte è il museo, frutto di un'idea coraggiosa, nuova: flussi e campi di forza, percorsi immaginari tracciati dai suoi visitatori prendono forma nella mente dell'architetto e si materializzano nello spazio. Intrecci fluidi e sinuosi di spazi, oggetti appesi nel vuoto, pareti che curvano, improvvise aperture, il visitatore viene coinvolto in un'esperienza corporea e mentale che lo avvicina alle opere. All'architetto anglo-irachena ringraziamenti e parole straordinarie da parte di Pio Baldi, presidente della fondazione che gestisce il museo, Margherita Guccione, direttore Maxxi Architettura, Anna Mattirolo, direttore Maxxi Arte. Lo fanno presentando le quattro mostre inaugurali: «Spazio. Dalle collezioni di arte e architettura del Maxxi», a cura di un gruppo interdisciplinare composto da Pippo Ciorra, Alessandro D'Onofrio, Bartolomeo Pietromarchi e Gabi Scardi (fino al 23 gennaio 2010); «Gino de Dominicis: l'Immortale», a cura di Achille Bonito Oliva (fino al 7 novembre), «Luigi Moretti architetto; dal razionalismo all'informale», a cura di Bruno Reichlin e Maristella Casciato (fino al 28 novembre) e «Kutlug Ataman. Mesopotamian Dramaturgies», a cura di Cristiana Perrella (fino al 12 settembre). Si passeggia curiosi e affascinati per i 29mila metri quadrati del Maxxi e il luogo si svela. Qui le mostre si attraversano, non si visitano.