FIRENZE «E allora lo chiudano», sbotta uno degli addetti alla custodia. «Perché noi per tenere aperto questo museo stiamo impazzendo». L'allarme lanciato due giorni fa dal ministro Giuliano Urbani: «Con tagli del 25 alle spese per il funzionamento dei musei arriveremo a chiudere, in parte o del tutto, gli Uffizi». E le reazioni a Firenze. Rabbiose, come quelle dei custodi, o preoccupate come quella di Anna Maria Petrioli Tofani, la direttrice: «La chiusura ipotizzata sarebbe gravissima dice I nostri musei hanno un'importanza mondiale, per l'immagine italiana all'estero. Oltre che un evidente rilievo economico, calcolato anche tutto l'indotto». Pomeriggio d'agosto a Firenze. Fuori dagli Uffizi, come sempre, centinaia di persone in coda aspettano di entrare. Mentre dentro i custodi (a patto di restare anonimi) mugugnano. Comincia un giovane che lavora qui da 4 anni: «Oltre al fatto , che la maggioranza di noi è composta da precari, c'è il problema che siamo troppo pochi. I visitatori si lamentano per le condizioni del museo, per la pulizia? Io invece mi chiedo come sia possibile pensare di garantire la sicurezza lavorando in 45». E infatti ogni tanto capita di trovare sale chiuse perché manca il personale per tenerle aperte. La crisi, una ventina di giorni fa: 40 di sale non visitabìlì e turisti in rivolta. Enzo Feliciani, sindacalista, fa i conti: «Dal 2000 a oggi l'organico dei custodi di tutto il polo museale fiorentino è diminuito di 140 persone. Ora agli Uffizi capita che un solo dipendente debba controllare non più una sala, o magari due spazi adiacenti, ma 4 o 5 sale assieme». I custodi qui sono circa 180 e si alternano su due turni di 6 ore (mezz'ora di pausa) dal mattino alle otto fino alle sette di sera. Ogni turno, a pieno organico, dovrebbe essere coperto da 45 persone. Quindi anche se non manca nessuno la cifra è inferiore a quella delle sale, La direttrice: «Che danno all'immagine dell'Italia se la Galleria dovesse fermarsi» «Qui siamo quasi tutti precari. Un solo dipendente deve controllare 4 o 5 stanze» che con le 5 aperte a inizio anno sono una cinquantina. E poi i custodi devono presidiare anche due metal detector, ognuno con due o tre addetti, le uscite di sicurezza, che sono un'infinità (tanto che se ne sorveglia una su tre), i corridoi. Le divise per tutti non ci sono. Lavorano in borghese, i «fissi» per 36 ore alla settimana, i precari il 33 o il 50 in meno. Ma grazie a un meccanismo di incentivi i precari fanno 6 ore in più di quelle previste dal loro contratto. Altrimenti non ci sarebbero numeri per tenere aperto 6 giorni su 7, a Pasqua, a Ferragosto. A settembre il «progetto incentivo» scade. I custodi hanno ferie contingentate: d'estate nessuno può prendere più di 15 giorni. Alcuni sono impiegati di sesto livello come Marta (nome di fantasia, ndr), che è stata assunta nel 2000 e guadagna 600 euro al mese. Altri, racconta lei, fanno il suo stesso lavoro ma sono stati presi prima e inquadrati al quarto livello: mansioni uguali stipendio inferiore. La scorsa primavera a Firenze questi lavoratori hanno scioperato più di una volta. E oggi Feliciani, della Uil, che qui agli Uffizi è il sindacato con più iscritti, racconta che i suoi colleghi si portano carta igienica e sapone da casa perché nei bagni non ce n'è abbastanza. Parla di pagamenti ai fornitori tanto dilazionati che l'Enel ha già mandato lettere di diffida. Dice che per due mesi la ditta che spurga i liquami si è rifiutata di venire a lavorare: voleva i soldi in anticipo. In un anno gli Uffizi accolgono 1 milione e mezzo di visitatori. Circa 5.000 persone al giorno dì media. Antonio Natali è uno dei tre storici dell'arte che lavorano qui. Assieme a loro ci sono la direttrice e un'arheologa. Stop. Cinque funzionari in tutto a gestire gli Uffizi. «Un numero che confrontato con altri musei europei non trova riscontri» spiega Natali. E prosegue: «Quella del ministro non è una provocazione. Magari noi non chiuderemo, ma di questo passo chiuderanno altri musei importanti ma meno frequentati. Sarebbe una sciagura. Del resto dipende da che cosa si vuole fare del nostro patrimonio artistico. È un'eredità che abbiamo ricevuto. E a me pare che la stiamo dilapidando, come figli degeneri». Natali elencale cose che, se ci fossero i soldi, si potrebbero fare. Pareti da rinfrescare periodicamente per cancellare i segni delle manate e delle scarpe. Qualità delle pulizie ordinarie da migliorare. Sculture impolverate da ripulire. E ancora: assunzioni fra i custodi e fra chi svolge un lavoro storico-artistico. Ma di chiedere, dice, non se ne parla. «C'è stato un periodo in cui ci fu detto di limitare le telefonate: non c'erano soldi per la bolletta».