ROMA Giuliano Urbani ha messo sul piatto politico la sua stessa permanenza al governo: «Non intendo assistere impotente a un suicidio», ha detto al Corriere della Sera. E ieri a Capri, dopo un'escursione di archeologia subacquea, ha rincarato la dose: «Non sono disposto ad essere il gestore del fallimento e non sono un uomo per tutte le stagioni». Cioè addio al ministero per i Beni e le attività culturali. Cos'altro potrebbe fare il responsabile di quel dicastero subendo l'umiliazione di veder chiudere prima un grande museo (proprio gli Uffizi citati da Urbani), poi un'area archeologica famosa in tutto il mondo come Pom pei perché è impossibile tenerli puliti a causa dei tagli ai fondi? Se l'emendamento parlamentare leghista sul taglio delle spese generali per musei e siti archeologici dovesse passare, l'effetto ricorderebbe la Sinonia degli addii di Haydn, con le candele che via via si spengono sugli spartiti e pezzi di orchestra in fuga dal palcoscenico, prima l'oboe e il corno, poi gli altri strumenti. Le risorse per mantenere presentabili i nostri Beni culturali (pulizia, luce, telefono) si prosciugherebbero. E cosi, seguendo l'elenco virtuale nei pensieri del ministro Giuliano Urbani, si comincerebbe a dire addio a un'ala degli Uffizi, a porzioni degli scavi di Pompei (come immaginare un sito archeologico privo di raccolta dei rifiuti?) e poi magari all'Egizio di Torino, all'area di Ercolano, alle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Cosa potrebbe appunto decidere un ministro se non di andarsene? Basta scorrere i dati più spettacolari sugli ingressi ai nostri Beni culturali per intuire il contraccolpo, peraltro in un'annata meno ricca di turisti: il Colosseo nel 2004 accoglierà tre milioni e mezzo di visitatori, Pompei (principale museo a cielo aperto d'Europa) supera ormai quota due milioni, per gli Uffizi siamo a un milione e mezzo. Significherebbe chiudere una delle massime industrie del Paese proprio mentre l'Italia esibisce sui mercati in espansione la carta da visita culturale: i progetti con la Cina e i restauri alla Città proibita di Pechino, le mostre in Giappone, gli interscambi con la Russia di Putin e con l'India, le scommesse con tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Il bello (o il brutto) è che la possibile chiusura per il taglio annunciato atte spese correnti coincide con una stagione di corposi investimenti straordinari. Nel triennio 2004-2006 il patrimonio artistico potrà contare su 325 milioni di euro grazie ai fondi del Lotto garantiti dalla legge Veltroni-Visco del 1996, Per esempio 18,6 milioni al progetto Grandi Uffizi, 13,9 agli scavi archeologici di Tivoli. E poi l'attesissimo piano per il Sistema Brera a Milano, col trasloco degli studenti dell'Accademia alla Bovisa e l'aumento degli spazi della Pinacoteca da 4.800 a 8.8OO metri quadrati. Urbani ha poi promesso che il 3 delle future grandi opere finirà nelle casse del suo ministero: roba (per ora del tutto ipotetica) da migliala di miliardi di vecchie lire. Cifre che stridono con l'allarme di Urbani, con la sua minaccia di dimissioni, eppure compongono il cervellotico mosaico dei finanziamenti per un settore (Gianni De Mìchelis li chiamò «giacimenti culturali», Walter Veltroni parlò del «nostro petrolio») legato indissolubilmente al marchio Italia. Destiniamo ai Beni culturali solo lo 0,3 del prodotto interno lordo: molto meno di Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna. Però l'Italia vanta il massimo numero di siti considerati Patrimonio dell'umanità dall'Unesco (39 al 2004, contro i 38 della Spagna, i 16 della Grecia, i 28 della Francia, i 30della Germania). E da sempre esportiamo conoscenza: stiamo per avviare i restauri nella città iraniana di Barn, il contributo per il riallestimento del sistema museale iracheno è uno dei successi culturali più concreti della nostra presenza a Baghdad, ancora l'Unesco ci considera il Paese ideale per ogni intervento d'urgenza. Giorni fa, Giulia Maria Crespi, presidente del Fondo per l'ambiente italiano, lamentava: la miopia di tutta la nostra classe politica ha impedito all'Italia di trasformarsi nel giardino culturale d'Europa. Con molta determinazione, accusava, ci si è dimenticati dei Beni culturali e ci si è accaniti contro l'ambiente. Due ricchezze che andavano sostenute, magari per un semplice calcolo imprenditoriale (siamo un Paese che "produce cultura»,..) In poche parole: da una parte c'è il mondo che ammira l'ttalia per un retaggio storico-artistico senza pari, dall'altra da noi si alternano promesse di ricchi fóndi straordinari a improvvisi tagli alle spese correnti e quindi più necessario, vitali. Metodo palesemente insensato: non si scommette sulla crescita di ciò che non si riesce nemmeno a far sopravvivere. Per questo la minaccia di dimissioni di Urbani ha attirato consensi dai soprintendenti e anche da sinistra. Perché nessuno vuole (né può) credere che una bagarre politica possa stravolgere il futuro della nostra identità culturale. Che poi è il passato. Cioè i nostri musei.