Nella lunga serie di tagli che la manovra intende operare figura pure, nel testo provvisorio in circolazione, un elenco tutt'altro che breve d'istituzioni culturali, una settantina. È noto che molti istituti sopravvivono, piuttosto che vivono, essenzialmente grazie a contributi pubblici. Difficile, quindi, dire che cosa potrebbe essere di molti fra essi, una volta venuto meno il soccorso statale odierno e, in conse-guenza, fossero pure, a cascata, soppressi o tagliati aiuti di enti locali e regioni. Si va dalla Domus Galilaeana alla Domus Mazziniana, dall'Istituto di studi filosofici all'Accademia nazionale di agricoltura. Secondo il decreto, all'entrata in vigore del provvedimento «lo Stato cessa di concorrere al finanziamento degli enti, istituti, fondazioni e altri organismi, indicati nell'allegato 2». Ha colpito molto i (numericamente ridotti, invero) parlamentari che nel centro-destra seguono le vicende culturali l'inserimento di alcuni istituti che certo non ap-partengono all'area culturale di sinistra. Per qual motivo individuare, nell'allegato 2 allo schema di decreto-legge per la manovra, la Fondazione Ugo Spirito? E la Società dalmata di storia patria? E la Fondazione Bettino Craxi? Ci si chiede perché queste istituzioni sì, e invece l'Istituto Luigi Sturzo, la Fondazione Istituto Gramsci, la rete dipendente dall'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, no. C'è quasi la sensazione di un masochismo del ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi, e dei suoi uffici: colpire a destra, non infastidire a sinistra.