Spesso serve guardare un dipinto di lato, osservando la tela e i chiodi La prova finale è quella del prelievo che però può essere distruttivo Ci sono voluti quattrocento anni prima che, qualche settimana fa, una sua tavola, conservata alla Galleria Estense di Modena, non fosse più considerata copia ma originale. Per non parlare di Michelangelo, che tra crocifissi e dipinti incerti (ultimo il Battista del Metropolitan di New York) presenta un catalogo tuttaltro che definito. Leonardo, poi, fa caso a sé. Gli accollano opere di continuo. E qui Dan Brown centra fino a un certo punto. Insomma, la "fabbrica delle attribuzioni" è un cantiere sempre aperto. Dove lavorano gli occhi degli storici dellarte e le tecnologie di laboratorio. «La vede questa deformazione? È il particolare più difficile da contraffare». Non tutti sanno che per datare un dipinto, a volte è più opportuno esaminarlo di lato che di fronte: seguire quella curvatura della tela imputabile solo al lavorio dei secoli, o guardare la ruggine dei chiodi che tengono lopera fissata al telaio di sostegno chissà da quanto. Come fanno, a una prima occhiata preliminare, allIstituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma, che - con lOpificio delle Pietre Dure di Firenze - non è solo il tempio della conservazione del patrimonio culturale. Quando è necessario, diventa anche un vero e proprio tribunale dellarte. I giudici si chiamano microscopio, test di solubilità, radiografia, XRF. Perché nulla è come sembra, nemmeno un Caravaggio. E un Caravaggio non lo era per niente quel Ritratto di cavaliere di Malta proveniente da una collezione privata che il Nucleo dei carabinieri per la Tutela del patrimonio culturale sequestrò nel 2002, sottoponendolo al laboratorio dellIstituto per un esame. «Attraverso una serie di analisi, scoprimmo che la tela era più moderna del Seicento, così come la sua preparazione», ricorda Anna Marcone della sezione Dipinti su tela dellISCR. Ma come si procede alla datazione "scientifica" di unopera darte? «Per prima cosa la si passa al microscopio», spiega Marcone. «Uno di quelli ad alta risoluzione di tipo chirurgico. Con questo si esamina scrupolosamente la tela, si osservano la tecnica di esecuzione e i fattori di degrado, quelli più difficili da riprodurre. Soprattutto le crettature, il ritiro dei materiali che si verifica con il tempo. Se in un dipinto che dovrebbe avere più di cento anni non ve ne sono, è grave». Han Van Meegeren, il falsario di Vermeer, le crettature le procurava mettendo le opere nel forno, poi le maltrattava e impolverava. «Ma lui era un restauratore, conosceva i segreti del mestiere», precisano sorridendo allISCR. Oggi, con le nuove tecniche di analisi, anche il genio del falso verrebbe smascherato. Eppure, secondo Newsweek, i falsi costituiscono ancora il 40 per cento del mercato dellarte. Superato lesame al microscopio, lopera dubbia viene sottoposta ai test di solubilità: lo scioglimento di una porzione infinitesimale di colore. Spiegano al laboratorio: «Una pittura recente si scioglie con solventi molto leggeri. Una del Seicento invece no: lolio che ha subìto processi di invecchiamento non si disfa nemmeno con lalcol». Se questo non basta, si passa a una radiografia per scoprire ridipinture, contraffazioni. E ancora a un esame non distruttivo dei colori XRF. È quasi la prova del nove: di ogni colore adottato dal pittore si rilevano i materiali: «Ci sono elementi come il cobalto che non si conoscevano prima del Settecento. Se si trova del cobalto su un Caravaggio, si tratta di un falso. I gialli e i rossi di cadmio vengono adottati dallOttocento in poi e così via». Nei casi più complessi, si passa a un prelievo che, seppur in minima parte, è distruttivo. «Ma lesame più importante rimane lesperienza», continua la dottoressa dellISCR: «Un esperto si accorge a occhio nudo di un dipinto che presenta dei problemi di autenticità». Se per la datazione possono essere decisivi i laboratori, ad assegnare lopera al legittimo autore è lesame visivo degli storici dellarte. Negli Stati Uniti, ogni museo ha la sua équipe di esperti che attribuisce e decide i nuovi acquisti. In Italia, come in Francia, un comitato pubblico di consulenti del ministero dei Beni Culturali vota a favore o contro le acquisizioni da parte dello Stato. È accaduto anche per il controverso crocifisso quattrocentesco, costato più di tre milioni di euro. Per il comitato era di Michelangelo, per molti studiosi no. Tra questi, Francesco Caglioti, professore di Storia dellarte moderna alla Federico II di Napoli, che aveva esaminato lopera già nel 2003. «Il problema è che in Italia se si sceglie di acquistare un presunto Tiziano, non si fa uninchiesta tra esperti della pittura veneta del Rinascimento», spiega. «Il ministero se ne occupa direttamente con il rischio di sbagliare. Occorrerebbe una commissione composta da terzi super partes, magari anche internazionali. Non sarebbe poi così difficile. Al momento, invece, il comitato di settore del ministero non ospita nemmeno un rappresentante della Consulta degli storici dellarte delle università». Il retroscena delle attribuzioni rischia di diventare interessante almeno quanto le opere stesse. Sarà per questo che, dal 30 giugno, la National Gallery di Londra dedicherà al tema una mostra: Close Examination: Fakes, Mistakes and Discoveries.