Un grido di allarme. Riecheggiato nuovamente ieri al largo di Capri, a margine della presentazione ufficiale dei primi risultati del progetto Archeomar di catalogazione dei beni culturali sommersi in quattro regioni del Sud, voluto dal ministero per i Beni e la Attività culturali guidato da Giuliano Urbani. «Ho dovuto per forza alzare la voce. Per difendermi. Perché io sono il ministro della grande svolta dei beni culturali in Italia, sono l'uomo dello sviluppo, non quello per tutte le stagioni, e non sono disposto ad essere il gestore del fallimento, né mi si può chiedere di esserlo», si sfoga coi giornalisti il ministro Urbani all'indomani di una provocatoria intervista da lui rilasciata al «Corriere della Sera», nella quale il ministro polemizzava sull'emendamento alla Finanziaria che introduce un taglio del 25 di risorse per il funzionamento di musei e siti archeologici, ammonendo: «La Finanziaria rimedi alla grave ferita inferta dalla manovra o sarò costretto a chiudere gli Uffizi». Intimando al premier Berlusconi di «decidere le priorità per il Paese» e minacciando di lasciare altrimenti il proprio incarico, Urbani denunciava tra l'altro nell'intervista che «con la logica dei tagli si entrerebbe di fatto nella logica della progressiva chiusura dei musei e siti archeologici... io sono disponibile a lavorare su progetti di sviluppo, ma non intendo assistere impotente al suicidio». Parole come pietre, rilanciate al largo di Capri dove Urbani, pur virando sulla distensione («l'emendamento è di iniziativa parlamentare. Ma è chiaro che senza il parere favorevole del governo la maggioranza non lo voterà. Io credo che presentando quell'emendamento non ci si è resi conto di che cosa si faceva. Comunque sono sicuro che rimedieremo»), definisce comunque la manovra «un autogol francamente esagerato». E aggiunge: «Non abbiamo bisogno di nuovi fondi, ma di evitare i tagli dei fondi già previsti, tagli che potrebbero compromettere i piani di salvaguardia e rilancio dei nostri beni che non sono soltanto di tutela del patrimonio italiano, ma anche di volano per lo sviluppo turistico. Sono tre anni che lavoriamo ad aumentare gli orari di apertura dei musei e di questo ogni volta ringrazio i sindacati per la loro collaborazione, e come si fa ora a dire: abbiamo scherzato, facciamo marcia indietro. Credo che il paese non meriti un autogol di questo genere». E sul rischio che i tagli possano determinare addirittura la chiusura degli Uffizi, Urbani precisa: «ho parlato degli Uffizi come simbolo, ma a rischio sarebbero siti archeologici come Pompei e tutti i grandi musei della nazione». Immediate e numerose le reazioni del mondo della cultura e della politica. «Finalmente - sottolinea Vittorio Emiliani del Comitato per la bellezza - il ministro dice qualcosa di condivisibile» e invita Urbani a far seguire le parole ai fatti dimettendosi. Non senza aver espresso il timore che con questa crisi «venisse potenziata l'idea assurda di Urbani di andare ad una ancora più veloce privatizzazione». Il professor Salvatore Settis, direttore della Normale di Pisa, rincara la dose: «il governo pugnala il cuore del paese». Ecco perchè invita i cittadini «a protestare» e il governo «a sanare quello che è un errore politico ma anche tecnico». Appoggio ad Urbani arriva dalla direttrice degli Uffizi, Anna Maria Petrioli Tofani: il ministro - dice - ha ragione. E il segretario della Uil beni Culturali Gianfranco Cerasoli avverte: «siamo sull'orlo del baratro». Intervento tecnico, invece, quello del presidente della Biennale, Davide Croff: «su una cosa non dovrebbero esserci discussioni: l'Italia, che è il più grande giacimento culturale al mondo, deve dedicare tutte le risorse necessarie per valorizzare questo assetto». Incoraggiamento anche dall'oposizione, che si schiera: «Urbani - osserva l'ex ministro Giovanna Melandri - ha finalmente ammesso che il governo Berlusconi considera la cultura e le politiche culturali non una risorsa su cui investire, ma una ricchezza da depredare, vendere o svendere per far cassa». E aggiunge: «se il ministro saprà aggregare sulle battaglie a difesa delle politiche culturali i deputati della sua maggioranza, l'opposizione sarà disponibile per rilanciare le politiche culturali in Italia». E il presidente dei verdi Alfonso Pecoraro Scanio rilancia: «se il ministro vorrà arrivare fino in fondo alla sua denuncia dovrà appoggiare la nostra battaglia per ridurre i fondi per le spese militari per destinarli a servizi, cooperazione e beni culturali».