Scoperta a Melela "stele di Rosetta" per decifrare la carta la "ricetta" trovata da un ricercatore genovese annalisa rimassa LA STELE DI ROSETTA della carta, ovvero il codice per capire come veniva composta nell'antichità il materiale più usato dai popoli, si trova a Mele, sulle alture di Voltri, e grazie a un fortuito caso scientifico e all'intraprendenza di un piccolo consiglio comunale, diventerà un reperto utile a tutti gli scienziati e restauratori del mondo. Un ricercatore pensionato illustre, lavora ancora per le maggiori università italiane, si è accorto che nella cartiera di Acquasanta di Mele un mastro cartaio dell'Ottocento elaborava composti e tinte in una maniera del tutto inusuale, in un esempio ante litteram, è il caso di dirlo, di riciclaggio e amalgama di elementi sconosciuti. «Chiamava quei composti con nomi che stiamo studiando del tipo "mezzalana" o "paglioso" che poi fruttavano una carta di buona qualità unica anche nella resistenza», spiega Paolo Francesco Calvini, che a Genova è anche referente per Itog, istituto internazionale per la tutela delle opere grafiche e visive". Calvini, 62 anni, una passione mai sopita, collabora con gli atenei di Venezia (Ca' Foscari) e Udine; a Genova fino a pochi anni fa lavorava alla Soprintendenza per i Beni ambientali e architettonici dove esiste un raffinato laboratorio di diagnosi sui libri ammalati. Il codice del mastro melese, anonimo ma puntiglioso, permetterà a tutti gli scienziati del settore di capire come veniva fatta la carta, in un periodo come l'Ottocento «visto che quella genovese di Mele, sarà un codice per tutte. Influenzando i restauri». Ma come tutte le intuizioni scientifico-culturali, per diventare praticità ci vuole un mecenate. Subito trovato nell'assessore Ignazio Galella, luminare dell'Archivio di Stato, e nel sindaco di Mele Clio Ferrando che hanno accolto la richiesta di ricerca. La speranza è trovare uno sponsor. Le ricette dello scartafascio di Acquasanta di Mele non soltanto daranno ancora più lustro al museo della Carta, gioiello della vallata, ma insegneranno ai curatori di libri come fare, conservare e mantenere le carte: i fogli colorati del mastro genovese non si deteriorano. Stupefacendo gli esperti. La scoperta è importante anche perché le ricerche anteriori al 1980 che riguardano la fabbricazione non si trovano su quell'archivio universale che è Internet. Ne consegue che alcune notizie risultano falsamente nuove, avverte Calvini. Ma "carta canta" ed ecco questo ricercatore veneto genovese d'adozione che tre anni fa, al festival della Scienza assiste a un laboratorio sulla produzione cartacea. La divulgazione è ben condotta ma qualcosa sfugge: «Analizzando meglio lo scartafascio donato poco tempo addietro da un abitante alla cartiera-museo di Mele - narra Calvini senza spocchia - notai che c'era qualcosa di unico». Ovvero, quei blu, richiesti per la manifattura tabacchi, quei gialli canarino o i violetti, erano ottenuti in modi originali sfruttando una sapiente opera di riciclaggio. «Donne e bambini - sottolinea Calvini - dividevano gli stracci per le cartiere. Il cartaio usava elementi originali mai usati». Se poco si conosce sull'artigiano dell'Ottocento, periodo di transizione per i cartai, di più si arriverà a conoscere grazie alle ricerche di Calvini ed Elisabetta Badia che sulla carta genovese dal Settecento in poi, sta scrivendo la tesi di specializzazione. Erano richiesti da sovrani spagnoli o inglesi i fogli alla genovese e per la buona qualità risultavano adatti ai viaggi per mare.