In questi giorni di lui si è parlato moltissimo a Venezia, per l'ipotesi che il ministro della Cultura Sandro Bondi lo nomini alla guida della Soprintendenza per il polo museale veneziano. Ma ieri il nome di Vittorio Sgarbi, notissimo critico d'arte e politico, è finito pure di fronte alla Corte d'Appello lagunare per un processo di secondo grado che ha finalmente messo la parola fine - fatto salvo ovviamente un possibile ricorso alla Corte di Cassazione - ad una vicenda che andava avanti da 13 anni: ovvero da quando in una serie di trasmissioni televisive del 1997 dei suoi famosi «Sgarbi quotidiani», il critico aveva diffamato l'allora sostituto procuratore di Pordenone, Raffaele Tito. La quarta sezione penale ha confermato che la diffamazione c'era stata, costringendo Sgarbi a risarcire il magistrato con 112.500 euro, anche se ha dovuto assolverlo per avvenuta prescrizione dall'accusa principale. Tito, che era stato una delle toghe più in vista nelle indagini sulla Tangentopoli friulana, aveva querelato Sgarbi con gli avvocati Marco Vassallo e Antonio Franchini perché nella trasmissione di Canale 5 aveva accusato il magistrato di aver approfittato della sua relazione con un gip del tribunale di Pordenone per ottenere «decisioni compiacenti» nei processi contro il deputato Dc e poi Ppi Michelangelo Agrusti, vicinissimo all'allora segretario Mino Martinazzoli.
VENEZIA - Sgarbi condannato a pagare 112mila euro
Il critico d'arte Vittorio Sgarbi è stato condannato a risarcire il sostituto procuratore di Pordenone, Raffaele Tito, con 112.500 euro per diffamazione. La condanna è stata confermata dalla quarta sezione penale della Corte d'Appello di Venezia. Sgarbi aveva diffamato Tito in una serie di trasmissioni televisive del 1997, in cui aveva accusato il magistrato di aver approfittato della sua relazione con un gip per ottenere decisioni compiacenti nei processi contro un deputato. La condanna è stata emessa dopo 13 anni di procedimenti giudiziari. Sgarbi potrebbe ricorrere alla Corte di Cassazione.
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