Il dibattito parlamentare sulla riforma federalista è ripreso in modo fiacco e svogliato. In contemporanea, sono scoppiati scandali sulle spese ingiustificate di alcuni governi regionali, e, ancora, alcuni governi locali sono stati criticati per aver introdotto nei loro statuti delle norme che contrastano con quelle nazionali. C'è un nesso con casuale tra queste tre notizie. Vediamo perché. In appendice agli auguri di buone vacanze i deputati si sono scambiati opinioni in libertà, dopo di che hanno convenuto sull'opportunità di riparlarne a settembre, quando i nuovi saggi della Casa delle libertà avranno provveduto a sistemare i punti su cui manca il consenso delle parti. Ma poiché le divergenze non sono di poco conto, ci sono due ipotesi: o la questione a settembre diventerà cruciale a tal punto da determinare l'ennesima verifica tra alleati, con tutto quel che ne potrà seguire, oppure si andrà a una sollecita approvazione dei compromessi elaborati dai saggi, ma con la spada di Damocle del referendum che il centro-sinistra si affretterà a chiedere e a organizzare. Mentre dunque sarà questa probabilmente la sequenza dei fatti d'autunno, vediamo quel che sta accadendo già oggi nei governi locali, pupilli della futura legge sul federalismo. Nei giorni scorsi alcuni quotidiani hanno pubblicato inchieste sulle numerose modalità di sperpero del denaro pubblico attuate a livello regionale. Si va dai compensi a commissioni e comitati di consulenti dei governatori, di cui si contesta la qualità dei pareri a fronte dell'elevatezza del costo, a rimborsi molto generosi per viaggi e soggiorni dei consiglieri, a stipendi considerati eccessivi tenuto conto dell'impegno richiesto, per finire a premi di consolazione, chiamiamoli così, per coloro che non si vedono rinnovato il seggio perché bocciati dal voto popolare. Insomma, mentre si predica l'austerità e il taglio delle spese, i governi locali celebrano il proprio potere e la propria autonomia a spese dell'erario, come i principi del passato. Questa coincidenza, da un lato il parlamento che disserta e non conclude, dall'altro i governi regionali che fanno finanza allegra a vantaggio della classe dirigente, la dice lunga sul rischio di una involuzione del fragile federalismo italiano. E mette in luce l'anomalia del processo federativo in atto: mentre gli stati federali nascono dall'accordo tra autonomie locali, siano esse stati o regioni, da noi si vuole arrivare allo stato federale smontando uno stato unitario e, quel che è più grave, nato centralista. Ma, così facendo, si decentrano non solo i poteri, non tutti legittimi e di certo fonti di futuri conflitti, bensì si trasferiscono alla periferia dello stato la mentalità e la cultura di governo che sono e rimangono centraliste. Questa mentalità assume che i governanti siano titolari di una sovranità' che li pone in posizione elevata rispetto ai governati, e che il loro ruolo debba essere celebrato e compensato come se fossero dei sovrani, e non servitori del popolo, come imporrebbe la democrazia rappresentativa. Una prova, non marginale di questa perversa mentalità, è data dall'uso del termine onorevole' che alcune regioni hanno mutuato dalla spudorata, per non dire risibile, usanza della camera dei deputati, inquinata da personaggi che di onorevole hanno ben poco. Veniamo alla terza notizia. Due governi locali sono stati criticati perché hanno deciso di introdurre nei propri statuti il voto agli extracomunitari (il comune di Genova) e il riconoscimento dei diritti delle coppie di fatto, qualsiasi ne sia la composizione (la regione Toscana). E a supporto delle critiche si è fatto notare che occorre mettersi d'accordo non solo sui quattrini da lasciare ai governi locali, ma anche su ciò che può essere decentrato, o meno, in fatto di diritti civili. Ancora una volta, la lunga gravidanza del nostro federalismo mostra un'anomalia: semmai, dovrebbero essere i parlamenti e i governi locali a decidere su quali diritti delegare la regolamentazione al governo federale. Resta un fatto: che se autonomia deve esserci, deve riguardare anche l'assetto dei diritti e dei doveri che costituiscono la specificità delle singole cittadinanze regionali. L'esperienza degli Stati Uniti dimostra che molte norme che regolano la vita dei singoli e della collettività sono assai diverse in California e nello stato di New York. Non si vede perché la nostre regioni non possano regolare alcuni dei diritti delle persone, nel rispetto delle consuetudini e dei costumi che la cultura di quel territorio ha codificato nella vita di tutti i giorni. Possiamo domandarci se sia più pericoloso per il futuro del nostro paese strutturato in forma federale una diversa tutela della vita sessuale dei singoli da parte delle leggi regionali, oppure il costituirsi e il riprodursi di una classe governante protetta di prebende illegittime e da corti di esperti compiacenti, che va ad aggiungersi alla pletorica classe parlamentare. Al primo rischio è sempre possibile sottrarsi, combattendo battaglie democratiche per cambiare le norme. Ma al secondo rischio, quello di aver a che fare con una classe governante locale con deriva borbonica diffusa a poco a poco nell'intero paese, sarebbe più difficile sottrarsi. Mentre dunque il parlamento chiacchiera, la classe politica locale lavora per sé: il rischio è di trovarci un federalismo formale assai fragile e delle prassi di centralismo locale consolidate.