ROMA - Giuliano Urbani si rivolge al presidente del Consiglio per denunciare «i tagli sconsiderati che hanno inciso in modo pesante e indiscriminato sui Beni culturali», chiede agli alleati e ai colleghi di governo che «la Finanziaria rimedi alla grave ferita inferta dalla manovra» al suo dicastero e avverte che in caso contrario lascerebbe l'esecutivo «per non assistere impotente al suicidio». Perché questo sarebbe, a suo dire, l'effetto prodotto sul sistema che dirige, «perché la manovra ha stabilito una riduzione del 25 per cento per le spese di funzionamento di musei e siti archeologici. E il taglio sulle spese di funzionamento costringerebbe a rivedere i contratti con le ditte di pulizia che accudiscono le strutture: meno soldi, minori servizi. Tutto ciò inciderebbe direttamente sugli orari di apertura delle strutture, che in questi tre anni eravamo riusciti a prolungare. E con la logica dei tagli si entrerebbe di fatto nella logica della progressiva chiusura di musei e siti archeologici. Per dare l'idea, di questo passo dovremmo pensare a una chiusura parziale o totale degli Uffizi». Ha idea del clamore che susciterà? «Mi sto battendo per impedirlo. E per riuscirci mi sono fissato un limite temporale: dicembre, cioè l'approvazione della Finanziaria». Se non ci riuscisse, si dimetterebbe? «Io sono disponibile a lavorare su progetti di sviluppo, ma non intendo assistere impotente a un suicidio. Perciò pongo un problema politico. I Beni culturali possono essere un volano di sviluppo legato al turismo, e consentono la diffusione di un'immagine positiva e prestigiosa del Paese all'estero. Insomma, il nostro patrimonio artistico è un marchio: lo si vuol capire o no? Se nel governo la pensiamo tutti allo stesso modo, allora questo marchio dovremo sostenerlo. Se invece si ritiene che nel settore vadano operati tagli, allora non sono disponibile. Ah, se penso alla Biennale di Venezia mi vien male». Che vuol dire? «Ora che l'appuntamento è risorto, diventando un faro nel panorama culturale mondiale, si riducono i fondi... Sono stufo di sentire certi discorsi, di quanti parlano a vanvera di ricerca scientifica, per esempio. Dovrei chiudere gli Uffizi mentre lo Stato spende miliardi a pioggia? Sia chiaro, la ricerca è importante, essenziale. Ma va programmata, va deciso su che cosa si punta, su quali rami cui investire». Ha provato ad affrontare il problema del suo dicastero con il ministro dell'Economia? «Non ha senso. Per certi versi sarebbe anche ingiusto, perché così si scaricherebbe su una persona un compito politico. Non spetta a un singolo ministro né al ragioniere generale dello Stato stabilire se assegnare, che so?, i fondi alla Difesa per una missione di pace o destinarli ai Beni culturali per tenere aperti i musei. È il governo, nella sua collegialità, a dover decidere. E oggi siamo arrivati al momento in cui la scelta delle priorità non può essere delegata ai tecnici». Chiede quindi che sia Berlusconi a risponderle? «Al premier toccherà istruire i criteri di selezione degli obiettivi. Stavolta non dovrà avere solo l'ultima parola, ma anche la prima, perché non dovrà intervenire per mediare rispetto a un percorso già intrapreso. Quel percorso lo dovrà indicare lui. E a quel punto il dicastero dell'Economia dovrà discutere con i ministri competenti dove intervenire. Se un taglio va fatto, spetta al ministro indicare dove farlo». E per varare una Finanziaria da 24 miliardi di euro, di tagli ne serviranno. «Per tre anni abbiamo atteso come surfisti l'onda della ripresa economica. Che purtroppo non è arrivata. Quasi tutti si sono illusi. Ma non è andata così, e ancora oggi l'onda non è vicina». Non sarà una frecciatina a Tremonti, la sua? «Macché. Semmai, quando era ministro, l'ho invitato più volte a usare il bisturi invece della livella per far quadrare i conti. La livella agisce in modo uniforme, è uno strumento che distrugge le basi dello sviluppo senza estirpare le radici dello spreco. Infatti, con la livella, la competitività del Paese negli ultimi dieci anni è diminuita, sebbene dal governo Ciampi in poi tutti abbiano tentato di risolvere il problema del debito pubblico. Un vero mostro. Se non lo si aggredisce adesso non ce la faremo». Sta ventilando l'ipotesi di nuove tasse, per caso? «Bisogna dire la verità agli italiani: se non cancelliamo la pesante eredità che ci è stata lasciata dalla prima Repubblica, non ci saranno i soldi per far nulla. E allora, si potrebbe spiegare ai cittadini che è indispensabile sanare il debito, e che solo ed esclusivamente per quell'obiettivo servirebbe un contributo straordinario. Ma andrebbero al contempo indicate le priorità programmatiche, che spetterebbero al premier e al Consiglio dei ministri. Servono soluzioni coraggiose. Sul terreno economico come su quello istituzionale». Assieme ai conti pubblici, il federalismo è infatti l'altro nodo che la maggioranza dovrà sciogliere in autunno. «E io non penso che al pressappochismo riformatore esercitato dall'Ulivo nella passata legislatura si possa contrapporre solo una soluzione di ingegneria costituzionale come quella ideata a Lorenzago». Si oppone al progetto devolutivo? «Assolutamente no, la devolution va benissimo, ma dobbiamo fare passi avanti sul tema delfoedus, cioè del patto. Serve un patto, e serve stabilire tra chi è e dove risiede. Perché, a proposito della legislazione concorrente, il federalismo che interessa i cittadini è quello che risolve i problemi, non quello che provoca conflitti tra istituzioni fino a paralizzarle. E quanto all'altro tema, il federalismo fiscale, bisognerà evitare che l'autonomia impositiva invece di ridurre le tasse ne provochi un aumento. Insomma, smettiamo di parlare di modelli costituzionali, e spieghiamo all'opinione pubblica come funzionerà il federalismo, chi lo controllerà, a che cosa servirà, come si finanzierà. Per esempio, chi pagherà la Sanità?». Guardi che Confindustria da tempo solleva il problema. E il presidente Montezemolo è stato attaccato dalla Lega proprio sulla questione dei costi. «Il prossimo anno si terranno le elezioni regionali: io credo che le vincerà chi saprà essere sincero sul federalismo. Se noi non lo facessimo, gli elettori ci castigherebbero. Ecco perché ritengo necessario che dagli incontri di Lorenzago si passi ora allo spirito di Filadelfia». Filadelfia è la sede della Convenzione dove fu varata la Costituzione americana: peccato che in Italia sulle riforme non aleggi lo spirito bipartisan. «Il coinvolgimento del Parlamento e delle Regioni è necessario per dar vita al foedus , al patto federativo. Solo così potremo evitare di ripetere l'errore commesso dal centrosinistra: quello di aver approvato una pessima riforma a colpi di maggioranza». Sabino Cassese, proprio sul Corriere, ha proposto una pausa di riflessione sul federalismo per trovare una soluzione accorta e condivisa. «Al contrario, penso sia opportuno marciare spediti. Non è un problema di pausa, è un problema di chiarezza sull'iter. Già non si riesce a trovare un accordo fra gli schieramenti sul federalismo, figuriamoci cosa accadrebbe se non riuscissimo a raggiungerlo fra alleati. No, bisogna andare avanti. Per il centrodestra il pericolo è non affrontare e risolvere i problemi. In questo modo arriveremmo alle elezioni logorati».
Corriere della Sera
19 Agosto 2004
Urbani: Se continua così chiudero gli Uffizi . Berlusconi provveda oppure lascio. Perso il 25 delle risorse
FR
Francesco Verderami
Corriere della Sera
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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