Caro manifesto, la notizia è recente: la casa ove, a Torino, visse Antonio Gramsci sta per essere ceduta ad una finanziaria svedese che provvederà a farne un albergo di lusso. Non ho l'animo di commentare, né credo su queste pagine occorra. Soltanto mi domando e, grazie alla tua ospitalità, domando: ci sarà a Torino, in Europa, negli Stati uniti (la Gramsci Society) un numero sufficiente di uomini di buona volontà disposti ad andare oltre la rivolta morale ed a mobilitarsi concretamente per impedire che un tale oltraggio all'idea di civiltà, quale che sia per ognuno, abbia a realizzarsi? Dire della compiaciuta approvazione del sindaco di Torino Sergio Chiamparino è ripugnante, ma lo esige la completezza dell'informazione. Fraternamente. Renzo Pollano, Collegno (To) ----------------------------------- Premetto che rispondo a titolo personale, come si dice, e non a nome del manifesto. Ripremetto che sono sicuro che con questa mia risposta non saranno d'accordo molti lettori, compreso Renzo Pollano che scrive qui sopra. Subpremetto che capisco l'indignazione di coloro che avvertono questa notizia come un insulto alla storia (non solo la loro), alla memoria, alla politica. La capisco ma non la condivido, nel vero senso della parola, cioè non la provo. Ho letto le polemiche che ha suscitato la questione, l'articolo di Cossiga sull'Unità, l'editoriale di Curzi su Liberazione, le lettere su questi due giornali, i servizi di Corriere e Stampa. E non posso certo dire di non concordare con alcune delle tesi e delle emozioni esposte. Penso che la memoria sia la parte fondamentale della storia, ufficiale e non ufficiale, quindi delle idee che ci formiamo e magari ogni tanto ci cambiamo anche, della politica, dei rapporti umani, della società, dell'economia, di quel che insomma siamo o potremmo essere e che altrimenti non saremmo. Quindi, figuriamoci: qualunque cosa che tenga viva la memoria va preservata, custodita, restaurata, spiegata, tramandata. Qualunque cosa? Ecco, il punto è proprio questo. Ho l'impressione che in certe occasioni, soprattutto a sinistra, si rischi di passare dalla memoria al feticismo un po' morboso e con qualche accento di culto della personalità. Stiamo parlando di una casa torinese che non era «la casa di Gramsci» bensì la casa in cui Gramsci visse due soli anni della sua vita. Al di là della sua destinazione futura (meglio una pensione di un grande albergo, meglio un grande albergo di un istituto di bellezza), che ai fini del discorso non mi sembra rilevante, quale è il senso storico, culturale, politico di attaccarsi con le unghie e con i denti a simboli dei quali ci accorgiamo solo adesso? Quanti di noi sapevano che in quella casa Gramsci visse due anni, chi può dire cosa ha scritto e pensato Gramsci in quella casa o cosa abbia rappresentato per lui quella casa? E soprattutto: se è Gramsci che vogliamo conservare e tramandare anche come un simbolo della nostra storia, diventa francamente umiliante formare un cordone sanitario per impedire che una cosa, in questo caso una casa che di quella storia non ha mai trasmesso nulla, diventi un'altra cosa (e un'altra casa). Per ricordarmi chi era Gramsci mi basta una targa su quella che fu anche casa sua, e soprattutto qualche libro in casa mia.
La casa di Gramsci, memoria storica o feticismo politico?
Un articolo di giornale annuncia che la casa a Torino dove visse Antonio Gramsci per due anni sta per essere ceduta ad una finanziaria svedese che la trasformerà in un albergo di lusso. Un lettore, Renzo Pollano, esprime la sua indignazione e domanda se ci saranno persone disposte a mobilitarsi per impedire che questo avvenga. Il lettore, che si presenta come un sostenitore del manifesto, sostiene che la memoria è fondamentale per la storia e che qualunque cosa che tenga viva la memoria va preservata. Tuttavia, sostiene che attaccarsi troppo a simboli come la casa di Gramsci può essere umiliante e che è importante ricordare chi era Gramsci attraverso i suoi scritti e pensieri, piuttosto che attraverso la sua casa.
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