Un bel resort a cinque stelle sulla cima dello splendido parco di Villa Ada a Roma. Un esempio tra i tanti di ciò che potrebbe portare in dote il «federalismo demaniale», primogenito del federalismo fiscale, su cui tra oggi e domani è previsto il voto della commissione bicamerale per l'attuazione del federalismo fiscale. Secondo le stime della Corte dei conti, dell'Agenzia del Demanio e della Ragioneria dello Stato il valore degli immobili immediatamente trasferibili agli enti locali ammonterebbe ad appena 3,2 miliardi di euro: 1,9 miliardi di fabbricati (esclusi i beni della Difesa, per i quali la possibilità di privatizzazione è stata di fatto introdotta dalla nascita di Difesa Spa)) e 1,3 miliardi di terreni. Appena il 3 per cento del patrimonio locale complessivo, i cui proventi saranno utilizzati per l'abbattimento del debito pubblico, quello locale (per l'85 per cento) e quello nazionale (15 per cento). Ma il conto, come spiegano dal Pd, oltre a essere «spannometrico», non tiene conto delle future «valorizzazioni» dei beni trasferiti: le amministrazioni locali potranno infatti, non solo vendere terreni o immobili, ma modificare piani regolatori e ampliare le volumetrie immobiliari al fine di una maggiore valorizzazione. Una vera e propria lista dei beni trasferibili ancora non c'è, e il decreto, che ancora deve essere approvato, prevede 180 giorni di tempo per produrre gli elenchi dei beni non trasferibili (una sorta di silenzio assenso che farà emergere, per converso, gli altri). Ma il tutto potrà avvenire a legge approvata, con una logica ribaltata per cui prima si decide cosa si può fare e poi, rigorosamente fuori dal controllo parlamentare, si specificherà su quali beni quelle decisioni potranno essere applicate. Quello sul federalismo demaniale è il primo dei decreti applicativi del federalismo fiscale e il governo sta procedendo - probabilmente anche tenuto conto delle ristrettezze che si annunciano per gli enti locali con la manovra finanziaria - in tutta fretta. Non solo: il decreto dice che i beni culturali di interesse nazionale resteranno allo Stato ma, domanda Roberto della Seta (commissione ambiente del Pd), «chi ne definirà la lista?». Legambiente definisce i provvedimento come l'«anticamera della dispersione del patrimonio, della svendita al migliore offerente di pezzi pregiati del paesaggio italiano». Altra cosa, secondo l'associazione ambientalista, sarebbe stata «distinguere tra beni indisponibili come spiagge, laghi e aree pregiate, che necessariamente devono appartenere alla collettività, da quegli immobili quali caserme e altri edifici che invece possono essere trasferiti e venduti». I Verdi parlano di «una tangente di Stato legalizzata»: «Non si può condividere un provvedimento che farà decuplicare i conti correnti dei grandi speculatori e cementificatori italiani». Secondo il Pd, «se non modificato il decreto vìola l'articolo 117 della Costituzione, secondo il quale la tutela dell'ambiente è competenza esclusiva dello stato».