La lista dei beni demaniali dell'Emilia-Romagna (in tutto 1.460 per 133 milioni di euro) che verranno ceduti dallo Stato alla Regione con il federalismo fiscale ancora non c'è. Ma gli enti locali già danno l'alt al governo sui costi: «Pronti a gestire i beni ma no allo scaricabarile di Stato». La lista dei beni che verranno «ceduti» dallo Stato agli enti locali con il federalismo demaniale, che ieri è passato in Consiglio dei ministri, ancora non c'è. Ma loro, gli enti locali, già storcono il naso emettono i paletti. Perché se la cessione dei beni naturali, architettonici e delle aree demaniali comporterà un esborso eccessivo di risorse da parte degli enti locali, Regione, Province e Comuni avvertono il Governo: «Non possiamo sostenere i costi della manutenzione». Quali siano i beni che passeranno a viale Aldo Moro lo si saprà fra sei mesi, ma per ora se ne conosce il numero: 1.460 per un valore di circa 133 milioni di euro. E senza dubbio la partita più importante è rappresentata dai 130 chilometri di spiaggia dell'Emilia-Romagna, anche in vista dei canoni demaniali su cui si aspetta una normativa a livello nazionale. Cessioni Le aree militari, come la Staveco, sono già state cedute. Il fiume Reno potrebbe diventare bene locale L'iter per arrivare all'assegnazione dei beni demaniali è ancora lungo: entro il 21 agosto le amministrazioni pubbliche centrali dovranno dire cosa tengono, entro il 21 settembre il Demanio farà l'elenco, entro il 21 dicembre le Regioni e gli enti locali diranno cosa vogliono e il 21 gennaio ci sarà il trasferimento vero e proprio. Insomma, la strada è ancora lunga, ma gli enti locali sono già all'erta. «Bisogna tenere alta la guardia dice l'assessore regionale all'Economia verde e all'Edilizia, Gian Carlo Muzzarelli ma per fortuna anche grazie alla conferenza delle Regioni il testo approvato in Commissione è diverso dal disegno originale del Governo: abbiamo chiesto di rivedere alcuni punti sulle acque superficiali e sulle spiagge». Perché per viale Aldo Moro ci sono dei «beni alienabili, come l'acqua, che devono rimanere del Demanio pubblico». E poi «bisogna verificare le entrate e le uscite, fare i conti con grande chiarezza, capire in modo netto a chi va cosa e con quali risorse gestire i beni: bisogna evitare lo scaricabarile dallo Stato agli enti locali, serve una corresponsabilità istituzionale». La Provincia non esce dal tracciato segnato da viale Aldo Moro. Anzi, mette ancora più paletti. «Siamo interessati ad assumere più responsabilità in materia di beni ambientali assicura l'assessore all'Ambiente Emanuele Burgin e soprattutto sui fiumi come il Reno, ma non può esistere che si trasferiscano i beni senza le relative risorse per la manutenzione: la gestione dei fiumi, per esempio, costa molti milioni di euro e un ente come la Provincia non può permettersela». La partita più grossa che si dovrà giocare il Comune, invece, è quella delle ex aree militari, già frutto di un accordo del 2007 tra Palazzo d'Accursio e l'Agenzia del Demanio. Ed è proprio lì il fatto: l'accordo di tre anni fa che, dopo un lungo iter, a marzo ha portato all'approvazione del Piano unitario di valorizzazione, che prevede che Palazzo d'Accursio trattenga per sè tra il 5 e il 15 dei proventi derivanti dalla valorizzazione. «Il meccanismo previsto dal federalismo fiscale invece spiegano dal Comune è completamente diverso e prevederebbe che le amministrazioni possano trattenere fino al 75 dalla rivendita o dalla valorizzazione delle aree demaniali». Nel caso di Bologna delle 19 ex caserme. Insomma, «un Comune virtuoso come quello di Bologna dicono dal settore Urbanistica che ha fatto tutti i passi previsti non può uscire penalizzato dal nuovo provvedimento sul federalismo demaniale». Ma c'è chi, come Felicia Bottino, ex assessore regionale all'Urbanistica e autrice nell'87 del Piano paesaggistico della Regione, teme che il passaggio ai Comuni di certi beni «si riduca dice solo a un modo per fare soldi e investire sulla spesa corrente: le aree e i beni demaniali vanno inseriti dentro un piano strategico, ma siccome i Comuni non hanno finanziamenti il rischio è molto alto. Per le ex aree militari serve una decisione corale di tutti i protagonisti cittadini e non solo una contrattazione con gli operatori immobiliari».