Gli enti locali del Nord gestiranno il demanio. Ma se lo faranno come hanno fatto con i derivati, saranno guai Sarebbe sbagliatissimo sottovalutare la portata del neonato «federalismo demaniale», il provvedimento del governo che prevede la «devoluzione» dallo Stato centrale a Regioni e Comuni di gran parte del patrimonio demaniale. Sarebbe sbagliatissimo perchè sul piano politico, per la prima volta, il governo sorretto dalla Lega «ha detto qualcosa di federale». Che politicamente pesa molto. Gestire demanio significa gestire potere. Ed è questo che vuole la Lega. O meglio: anche questo. La Lega vorrebbe in realtà anche che le risorse economiche prodotte dalle regioni del Nord, in cui predomina, restino al Nord invece che continuare a defluire verso il Sud per finanziarne il deficit e verso lo Stato centrale per la stessa finalità. Ed è rispetto a quest'obiettivo, invece, che l'utilità del «federalismo demaniale» si rivelerà vicina allo zero. Perchè? La risposta è obbligata, a voler esaminare con un po' di onestà intellettuale il quadro delle competenze gestionali che in materia di patrimonio e investimenti pubblici hanno finora dimostrato i grandi enti locali del Nord. Semplicemente, anche gli enti più efficienti non sono capaci di gestire la finanza straordinaria! Com'è pensabile che siano capaci di ricavare dai beni demaniali «devoluti» loro dallo Stato centrale più reddività (o fare cassa vendendoli) di quanto avrebbe saputo fare Roma? Vero è che anche Roma sul fronte della valorizzazione dei beni immobiliari pubblici fornisce da vent'anni pessime performance da quell'Immobiliare Italia varata nel '92 dall'allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino nell'ultimo governo della Prima Repubblica fino a Patrimonio dello Stato Spa e ai vari «piani Scip 1 e 2». Ma i Comuni e le Regioni non saranno assolutamente capaci di far meglio. Chi ne avesse dei dubbi, si sfogli il materiale di cronaca e d'archivio relativo all'abuso autolesionistico fatto dagli enti locali, soprattutto del Nord, dei derivati finanziari, rimpiendosi di titoli tossici per una "bolla" complessiva che pesa circa 35 miliardi, di cui almeno la metà destinata ad andare in fumo nell'arco dei prossimi 15 anni... Il procuratore aggiunto di Milano Alfredo Robledo, che ha sostenuto l'istruttoria della causa intentata dal Comune di Milano contro alcune banche che avevano venduto ad esso titoli rivelatisi tossici ha sparato ad alzo zero: «Data la diffusione del fenomeno forse il problema in Italia è più grande di quello della Grecia. Ci sono tante bolle locali e la politica e le istituzioni dovrebbero intervenire prima». Ma chi le ha lasciate nascere, queste bolle? Gli stessi che oggi dovrebbero mettere a reddito o privatizzare il demanio devoluto! Ma il bello, che pochi ricordano, è la dinamica attraverso la quale questa "bolla" degli enti locali è stata lasciata crescere. Nell'agosto del 2007, al primo insorgere della crisi dei subprime negli Usa, la Banca d'Italia in una relazione alla VI Commissione parlamentare, aveva stimato l'esposizione degli enti locali in derivati nell'ordine di 1 miliardo di euro. Da allora ad oggi non è stato fatto nulla per sanare la piaga prima che divenisse purulenta. E quest'inazione degli enti locali è costata 34 miliardi. Si divertano, ora, col demanio. A malapena servirà per chiudere qualche falla.