ROMA Luglio 1993, settimo piano di viale Mazzini. Claudio Demattè, neo-presidente della Rai, entra nel suo studio appena lasciato libero da Walter Pedullà e subito si estasia di fronte a un magnifico paesaggio di Giorgio Morandi. Il manager ha una sincera passione per l'arte e così scruta a lungo la tela. Improvvisamente grida ai nuovi collaboratori: «Ma qui c'è un buco!». Si forma un capannello. Verissimo: la povera opera di Morandi ha in effetti un foro da incuria sul basso. La segreteria convoca un restauratore. Poche settimane dopo il Morandi torna al suo posto. Come nuovo. Grazie a quel buco Claudio Demattè, scomparso pochi mesi fa, scoprì uno dei tanti tesori segreti della Rai: una magnifica collezione di arte contemporanea. Di lì nacque l'idea di organizzare un evento sul migliaio circa di opere possedute da Viale Mazzini. Venne allestita a Torino, e in parte girò per l'Italia, la mostra «Opere del Novecento italiano nella collezione della Rai». Il tutto torna di grande attualità, in questa estate 2004. C'è chi ha temuto che, tra una imminente fusione della Rai Spa in Rai Holding a causa della legge Gasparri, tra un giochino di proprietà e l'altro, per le mille opere Rai fosse in vista un brutto destino: la dismissione, la vendita, la scomparsa per chissà quali rivoli. Non sarebbe una novità. L'Iri, per esempio, si è sciolta e con lei è finita per sempre la sua splendida collezione: Modigliani, Carrà, De Chirìco, gli arazzi realizzati da Capogrossi per il transatlantico «Michelangelo» e quelli di Casorati per la «Leonardo da Vinci», poi Guttuso, Purificato. Federico Zeri spese molte energie perché l'Iri donasse l'intero corpus allo Stato. Chissà come la prenderebbe sapendo che gli arazzi delle navi sono arrotolati in un deposito alla Galleria nazionale di Arte moderna a Valle Giulia mentre molti quadri di proprietà Alitalia sono in un sottoscala nel palazzone alla Magliana. Il resto se n'è andato tra banche, ministero dell'Economia, enti pubblici. Invece dal mitico settimo piano arrivano ampie e per ora solidissime rassicurazioni: qui non ci sarà nessuna dispersione semplicemente perché non ci sarà liquidazione della Rai né altre suddivisioni societarie. E comunque nessun movimento potrà incidere sul destino delle opere. Parola di vertice. Vedremo in autunno, a operazione conclusa. Nella collezione Rai ce n'è per tutti i gusti artistici: gran parte degli acquisti furono curati per decenni da Marziano Bernardi, esponente d'una Rai raffinatissima e colta d'altri tempi. Nel 1962 le opere, indicate in un volume «Dipinti e disegni Rai», erano già 814: scorrendo l'elenco in ordine alfa-betico si scoprono Carrà, De Chirico, De Pisis, Donghi (uno appeso nella stanza del direttore di Raidue), Guttuso, Levi, Maccari, Mafai, Manzù, Mirko, Morandi, Rosai, Sartorio, Scia-loja, Tamburi, Trombadori, Turcato, Ziveri, solo per citare i più importanti. Molte furono acquistate ovviamente a Torino. Poi a Roma, nell'era Bernabei. Molti disegni arrivarono grazie alle commissioni dirette di Bernardi (riecco la famosa Rai che non c'è più) : opere grafiche eseguite per la copertina del «Radiocorriere» su un dramma lirico, una commedia in programma, una rivista. Pare ce ne siamo in circolazione trecentocinquan-ta. Poi nel 1964 ci furono altri acquisti per la nuova sede centrale di viale Mazzini. Si decise di destinare il cinque per cento delle risorse all'acquisizione di opere d'arte contemporanea, una delle tante fu il famoso cavallo in bronzo di Francesco Messina. Per la sala del Consiglio al pianterreno (che lusso) furono comprati tre arazzi fiamminghi dell'arazziere di Bruxelles Frans Geubels, attivo tra il 1544 e il 1590. Il fatto è che nessuno sa con assoluta precisione quante davvero siano, e soprattutto dove siano, le opere Rai. Scrive con discreta eleganza Pia Vivarelli nel suo testo nel catalogo Electa stampato per la mostra del 1994: «Non sempre oggi, come è risultato da rapidi controlli condotti a campione su alcuni autori, c'è un'esatta concordanza tra i lavori attualmente inventariati e i vari elenchi...». Sussurri interni della Rai danno per certe sistematiche «sparizioni» avvenute negli anni. Si favoleggia addirittura di opere grafiche già sostituite da copie colorate (fotocopie?) con gli originali ormai dirottati altrove. Una cosa è sicura, alla fine degli anni Ottanta svanirono davvero due dipinti dai corridoi e fu avvisata la polizia. Niente in confronto a ciò che accadde venticinque anni fa a via Asiago, sede della Radio: arrivò un Tir, quattro operai assicurarono (documento con firma alla mano) di dover portar via un gran pianoforte a coda da riparare, i custodi Rai aprirono gli studi e dettero educatamente anche una mano. Poi si scoprì che erano ladri: eccellenti attori, ma ladri. Su quei quadri hanno litigato in tanti. L'ex presidente Antonio Baldassarre aveva nella sua stanza un De Pisis e il famoso Morandi di Demattè: l'ex consigliere Vittorio Emiliani (memore di un bel Rosai collocato nella sua stanza) ai suoi tempi suggerì all'ex presidente Roberto Zaccaria di prestarlo a una mostra torinese organizzata dalla Pinacoteca Civica. Ma Baldassarre avrebbe voluto qualcosa d'altro. Lesse su un elenco di «opere a disposizione» di un Carlo Carrà (tuttora ricordato con nostalgia dall'ex consigliere Paolo Murialdi, «era bellissimo»). Però il Carrà era già appeso nella stanza dell'allora consigliere Carmine Donzelli il quale fece sapere chiaramente di non gradire il trasloco. E così il Carrà rimase dov'era. Poi un giorno Baldassarre capitò alla sede Rai di Torino. Al diciassettesimo piano del grattacielo di via Cernaia faceva splendida mostra di sé il «Concerto» di Felice Casorati, 1924. L'aula che lo ospitava si chiamava, vista la bellezza della tela, «sala Casorati». Quella volta il presidente non ebbe dubbi: l'opera traslocò nello studio presidenziale romano suscitando molta irritazione tra i dipendenti torinesi. Poi arrivò Lucia Annunziata, seppe delle proteste di Torino e rimandò Casorati al mittente. Tanto poteva «accontentarsi» di De Pisis e Morandi.