Il federalismo demaniale, cioè il passaggio dei beni dello Stato a Regioni e Comuni, potrebbe rivelarsi un pessimo affare per lItalia meridionale, in palese spregio dellarticolo 119 della Costituzione e dei principi di perequazione. Almeno questo si evince dalla bozza di decreto che la commissione bicamerale lascerà, in seguito, alla discussione delle Camere. La proposta della bicamerale, infatti, sembra viziata da una logica redistributiva regressiva che assegna ai territori, in modo ineguale, ciò che prima era di tutti. Secondo i documenti della commissione parlamentare, infatti, il 50 per cento del patrimonio trasferibile alle autonomie è concentrato al Nord, in sole tre regioni. Nulla quaestio se gli enti locali acquistassero i beni che, invece, secondo la bozza, saranno ceduti dallo Stato gratuitamente. Quello che prima era di tutti, quindi, diventa (in gran parte) del Nord. Laltra meccanica perversa è rappresentata dalle dismissioni. A latere della cessione dei beni, infatti, alcuni manufatti saranno sdemanializzati e venduti e i proventi andranno a costituire dei fondi immobiliari. Questi fondi saranno, però, vincolati alla riduzione del debito dei Comuni all85 per cento, non dello Stato, cioè della collettività, che intascherà un misero 15 per cento dei proventi. Beni che sono stati acquistati da tutti i contribuenti, quindi, sono espropriati a vantaggio di alcuni territori, senza che gli altri cittadini siano indennizzati con una riduzione pro quota del debito pubblico. In realtà, è lo stesso meccanismo del federalismo demaniale concepito da governo a essere impraticabile per il Mezzogiorno. La situazione debitoria degli enti locali del Sud, infatti, potrebbe far sì che quei pochi immobili che essi riceveranno vadano essenzialmente sprecati, magari ceduti agli speculatori a prezzi irrisori. Gran parte del patrimonio da sdemanializzare, infatti, così comè, non vale molto. Per valorizzarlo è necessario un cambiamento di destinazione duso, facoltà che spetta ai Comuni con ladozione di varianti ai piani urbanistici che trasformino, ad esempio, unex caserma dismessa in un lussuoso resort. A ben vedere, la cessione è gratuita, ma la valorizzazione, con il Comune che fa la variante e sopporta i costi di urbanizzazione (strade, istituzione di fermate del bus) è tutta in capo allente locale. Potrebbe, quindi, determinarsi una situazione in cui i Comuni del Sud, che non hanno soldi per valorizzare i beni sdemanializzati, magari neanche solo per gestirli, li cedano per quattro soldi a degli speculatori che, a distanza di anni e in forza di nuovi piani urbanistici, potranno fare laffare del secolo. Le imperfezioni di questo federalismo punitivo verso il Mezzogiorno, in definitiva, nascono dal fatto che il governo Berlusconi, a trazione leghista, fa le riforme senza unadeguata rappresentanza degli interessi meridionali. Esiste, infatti, un asse bipartisan Nord-Sicilia che salta a piè pari il meridione peninsulare. La commissione parlamentare sul federalismo, ad esempio, è presieduta dal siciliano Enrico Della Loggia (Pdl) e i vicepresidenti sono Paolo Franco, della Lega, e Marco Causi, del Pd, anchegli siciliano. La capacità della Sicilia di rappresentare il Sud, però, è falsata dal fatto che essa è una regione a statuto speciale e i poteri e beni che le saranno devoluti saranno oggetto di un confronto a parte con lo Stato. Scorporare Palermo dagli interessi del Sud, quindi, potrebbe rientrare in una strategia, votata al divide et impera, funzionale a un federalismo che non potrà che danneggiare tutto il Mezzogiorno.