Si complica il percorso del Dlgs alla commissione bicamerale LO STRALCIO - Stop ai fondi immobiliari, dubbi di legittimità per l'attribuzione alle regioni di spiagge e laghi. L'alternativa è allungare i tempi Portare a casa nei tempi previsti un testo light oppure mantenere l'impianto originale e prendersi qualche giorno in più per superare tutti gli ostacoli? È il bivio davanti al quale potrebbero trovarsi il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli e i suoi tecnici. Al punto da essere stati costretti, nelle ultime 48 ore, a un tour de force di incontri, riunioni e approfondimenti. E oggi si replica. In ballo c'è la sorte del primo decreto attuativo del federalismo fiscale sul decentramento dei beni statali. Proprio il demanio sembra lo scoglio principale in vista dell'emanazione entro il 21 maggio come previsto dalla legge 42 del 2009. Nello specifico quello idrico e marittimo, che anziché essere solo elencato tra le poste disponibili come fa la versione originaria del dlgs dovrebbe essere attribuito alle regioni, con gli introiti della gestione eventualmente girati alle province. Così da evitare quell'effetto "spezzatino" tra i vari livelli di governo denunciato sia dall'Agenzie del demanio che dal servizio studi della Camera. Oggi forse la decisione. Che non appare semplice visti i problemi che nascerebbero sia dal punto di vista civilistico che delle concessioni idroelettriche. Da qui la richiesta dell'opposizione di separare la sorte del demanio dal resto dei beni statali (aree, terreni e fabbricati). Concentrando il primo decreto su questi ultimi e rinviando al prossimo la devoluzione di spiagge, fiumi e laghi. O, in alternativa, usufruendo dei 20 giorni in più che la commissione può chiedere (ma così si andrebbe oltre la scadenza del 21 maggio, ndr) e mantenendo l'unitarietà del provvedimento. Di tutto ciò si è discusso ieri in un summit tra Calderoli, il presidente della commissione bicamerale di attuazione, Enrico La Loggia, e i relatori del federalismo demaniale, Massimo Corsaro (Pdl) e Marco Causi (Pd). Nel corso del quale sono stati sciolti altri nodi in vista del parere che l'organismo parlamentare dovrebbe cominciare a discutere da oggi e approvare entro lunedì 17. Uno su tutti: la riforma dei fondi di investimento immobiliari che il dlgs affidava a uno o più successivi regolamenti di delegificazione. A quanto pare però il decreto si limiterà a stabilire che, se nella procedura di valorizzazione e alienazione gli enti locali ricorreranno ai fondi immobiliari, questi dovranno essere comunque chiusi e a prevalente quota pubblica. E c'è poi la procedura di attribuzione dei cespiti a comuni, province e regioni: per dare continuità al procedimento verrebbe previsto che ogni 12 (o 24) mesi lo stato raccolga le richieste motivate di attribuzione dei vari enti. Motivate perché gli aspiranti assegnatari dovrebbero anche indicare come valorizzeranno l'immobile a cui aspirano. Magari offrendo in permuta un edificio che potrebbe meglio soddisfare le esigenze delle amministrazioni statali. Praticamente certo, invece, è l'inserimento nell'articolato di una clausola volta a destinare i proventi delle eventuali alienazioni immobiliari all'abbattimento del debito pubblico. Sia centrale che periferico. In una misura che deciderà il ministero dell'Economia e che potrebbe essere per l'85 a destinazione locale e per il restante 15 a indirizzo nazionale. Una misura caldeggiata nei giorni scorsi anche dall'Udc e nuovamente sollecitata ieri dal presidente della commissione Finanze di Montecitorio Mario Baldassarri. Sulla riforma in generale si è soffermato invece il presidente della commissione tecnica per l'attuazione Luca Antonini. Durante l'audizione di ieri davanti alla bicamerale, Antonini ha fornito una fotografia del sistema attuale («ci sono 45 fonti di entrata per comuni e province, stratificate e su cui c'è un largo contenzioso») e spiegato perché a suo dire quello delineato dalla legge delega funzionerà: «Perché per la prima volta ha chiarito il meccanismo dei costi standard si accompagnerà alla leva dell'autonomia tributaria e finanziaria». I NODI DEL DECRETO Demanio idrico e marittimo Il testo attuale si limita a citarlo tra i beni decentrabili. Le regioni invece vorrebbero che la titolarità venisse loro attribuita. Un'ipotesi che sembra trovare d'accordo anche il governo che attribuirebbe però i proventi della gestione di quello idrico alle province. Per l'opposizione la questione è complessa e necessita di un approfondimento Fondi immobiliari Al posto della delega per la riforma a uno o più regolamenti di delegificazione dovrebbe comparire l'obbligo, per chi decide di servirsene, di affidarsi a fondi chiusi e a prevalente quota pubblica
Federalismo demaniale a rischio-svuotamento
Il governo è al bivio davanti al decreto attuativo del federalismo fiscale sul decentramento dei beni statali. Il testo attuale si limita a citare il demanio idrico e marittimo tra i beni decentrabili, ma le regioni vorrebbero che la titolarità venisse loro attribuita. Il governo attribuirebbe invece i proventi della gestione di quello idrico alle province. L'opposizione considera la questione complessa e necessita di un approfondimento. Il decreto prevede anche la riforma dei fondi immobiliari, che dovrebbero essere chiusi e a prevalente quota pubblica.
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