L'accusa del dirigente dimissionario: «Troppo personalismo». La replica «Non sai dialogare» A Ferrara l'ex direttore Stefani contro il presidente Calimani I1 bando è uscito in aprile ed entro la fine dell'anno si dovrebbe conoscere il nome del vincitore del concorso, cui spetterà di trasformare le vecchie carceri di Ferrara nel Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah (Meis). Ma non tutto fila liscio: la Fondazione costituita con una legge del 2003 per gestire il complesso espositivo ha il problema di trovare un nuovo direttore scientifico. Il biblista cattolico Piero Stefani ha infatti lasciato l'incarico nello scorso febbraio in polemica con il presidente della Fondazione, Riccardo Calimani. E dopo l'accettazione delle dimissioni da parte del consiglio d'amministrazione del Meis, il 30 aprile, ora si è aperta una polemica di portata certo non soltanto ferrarese, poiché coinvolge un'istituzione di rilievo nazionale che già aveva perso due consiglieri d'amministrazione: Antonio Paolucci ha lasciato per mancanza di tempo, Cesare De Seta per contrasti con il resto del Cda. In una lettera aperta Stefani, docente di Filosofia della religione all'ateneo di Ferrara, accusa Calimani, noto studioso di cultura ebraica, di aver tenuto un comportamento «padronale», esaltando «iniziative autoreferenziali» che mettevano al centro la sua figura, tanto da caratterizzare la Fondazione come un soggetto che non si cura di cooperare con le altre istituzioni culturali, ma «pretende di ricevere servigi da parte degli enti pubblici». L'ex direttore avanza delle riserve anche sulla Festa del libro ebraico organizzata dal Meis, specie per i costi dell'iniziativa, e denuncia che gli è stata negata la collaborazione di esperti «per dettagliare il progetto museale». Inoltre si rivolge all'amministrazione comunale, che a suo avviso non può «chiamarsi fuori da ogni responsabilità» rispetto alla situazione attuale. Da parte sua il sindaco Tiziano Tagliani (Pd) preferisce tenere un profilo basso, che consiste nell'esprimere «dispiacere» per le dimissioni di Stefani, ma anche nel sottolineare che «ben pochi margini rimanevano per una ricucitura non meramente formale e provvisoria». Un atteggiamento che Calimani apprezza: «Con questo dissidio l'amministrazione comunale non c'entra nulla. Stefani ha cercato di tirarla in ballo per enfatizzare la polemica: sperava di uscirne rafforzato e non si rassegna al fatto che il consiglio d'amministrazione ha accolto le sue dimissioni. Ma per me il caso è chiuso. Io stesso avevo voluto Stefani come direttore scientifico per via della sua indiscutibile competenza, ma ho dovuto constatare che è una persona chiusa al dialogo, con cui non si riesce a collaborare. Senza contare che i suoi numerosi impegni esterni gli lasciavano poco tempo per le esigenze del Meis». Al fianco di Stefani sono per scesi in campo oltre settanta studiosi, tra cui lo storico Giovanni Miccoli e il difensore civico dell'Emilia Romagna Daniele Lugli. In una lettera pubblica, sostengono che si è aperta «una frattura profonda e non rimarginabile tra la gestione del Museo e la città» e rimproverano all'amministrazione comunale di essersi mostrata inerte di fronte alla crisi della Fondazione. Calimani non dà peso al loro intervento: «Sono persone che non conoscono la situazione del Meis, ben diversa da come la rappresenta Stefani. Non è vero che gli è stata negata la collaborazione di esperti: avevamo anzi accantonato delle risorse apposite. E la Festa del libro ebraico di Ferrara, costata soltanto 200 mila euro più Iva, ha ottenuto un grande successo con 2 mila presenze, quattro concerti, sette tavole rotonde, una mostra del libro antico, duemila volumi venduti e oltre 800 regalati al Museo dalle case editrici. Inoltre è servita per verificare il richiamo culturale del Meis, che appare in grado di continuare il suo percorso senza risentire di queste polemiche assurde». Di segno opposto ovviamente le valutazioni di Stefani: «il presidente tende a identificare il Museo con se stesso. E' vero che la maggioranza del Cda si è schierata dalla sua parte, ma vorrei far notare che non sono stato nemmeno invitato alla relativa riunione per spiegare le mie ragioni. Il problema è che Calimani ha assunto un atteggiamento impaziente che non giova al Meis. Per esempio pretendeva che si procedesse immediatamente nel recupero dei materiali da mettere in mostra, senza che fosse definito in modo analitico il progetto nel quale inserirli e senza alcun coordinamento tra la definizione degli spazi architettonici e l'allestimento espositivo. La stessa Festa del libro è andata molto bene, ma è rimasta scollegata dal progetto museale. E più in generale la Fondazione trascura l'esigenza di interagire con il contesto cittadino. Un modo di procedere che a lungo andare rischia di compromettere il ruolo e gli scopi del Meis».