Bondi, ministro della cultura, ha un'idea alla King Kong delle proprie competenze. Per questa sua natura di kolossal umano, non un qualunque passacarte della cultura, ma un vero e proprio Godzilla degli ambiti ministeriali, l'Ercole contro Sansone e Ursus della nostra politica culturale, l'Italia dovrebbe presentare lui, il ministro, al Festival di Cannes e non il nuovo film (che nessuno vedrà, come al solito) di Sabina Guzzanti, Draquila, che fin dal titolo ha qualcosa dello spirito di patata, come diceva mia nonna. Gran rifiuto! Sandro Bondi, che era stato invitato a Cannes per educazione, mica perché ci fosse bisogno di lui, non andrà in riviera. Visto e considerato che il film di Sabina Guzzanti offre «un'immagine distorta del nostro paese», ma soprattutto che non ha «niente a che fare con la cultura», non si capisce perché debba perderci tempo un ministro della medesima (né perché si dovrebbero scomodare, lui e la sua signora, quando si sta così bene in Italia). Mettiamoci nei suoi panni: Bondi è profondamente indignato «per la proiezione a un importante festival cinematografico» d'una simile aberrazione. Un ministro della cultura non può assistere (se chi tace acconsente, deve pensare Bondi, chi assiste approva e finanche applaude) a un tale «genere di film». Un ministro della cultura, ha scritto Bondi sul Giornale di giovedì, ha del resto il diritto di criticare o elogiare tutti i film che vuole. Questo è un paese libero, dopotutto. Mica siamo a Cuba! Gli era piaciuto Gomorra, tratto dal romanzo di Roberto Saviano, e lo aveva detto pubblicamente, proprio come oggi, altrettanto pubblicamente, dice che non gli piace Draquila. Ma ciò ha provocato, lamenta, «una valanga di critiche». E' stato persino accusato, dice, «di nutrire un'idea autoritaria della politica e di voler soffocare la libertà della cultura». Povero Bondi! E come se io, sospira, non avessi il diritto d'esprimere giudizi! Be', in effetti è proprio così: la sua facoltà d'emettere giudizi, specie giudizi estetici, è limitata dalla carica pubblica di cui è investito. Un ministro della cultura non ha per compito di fornire consulenze ai festival cinematografici internazionali né quello di recensire saggi e romanzi. Se ne asteneva persino André Malraux (un artista verace, mica un saltafossi che si è autoproclamato poeta) quand'era ministro della cultura sotto Charles De Gaulle. A noi invece tocca ascoltare le elucubrazioni di Sandro Bondi sulla figura dell'eroe nel cinema americano. Un cinema «epico», spiega con comico sussiego il ministro, «fin dagli splendidi esordi di Frank Capra», dove non si capisce perché tiri in ballo proprio Capra (a meno che non sia per le sue origini italiane, e allora sì che sarebbe una vera smarronata). Bondi non ci risparmia nulla. Nemmeno le parole al vento sull'"apertura di cuore» dell'ultimo film di Clint Eastwood, Invictus, una di quelle pellicole che secondo lui «innalzano i sentimenti» ed «elevano la mente a grandi ideali». Non ci risparmia neppure le smielataggini da cineclub sul «senso collettivo» (una banalità via l'altra, alè op) del cinema neorealista. Sarebbe molto meglio, senza offesa, se Bondi parlasse di quel che sa. Di quant'è irriconoscente Gianfranco Fini, per dire. O di quante sono malvagi, irrispettosi e scortesi i leader dell'opposizione. Ma alla fine (e tanto più all'inizio) del film, il dibattito no, per favore, e niente giudizi etici ed estetici da due soldi tipo le incredibili balordaggini con le quali liquida il cinema italiano che non piace a lui (come non piace a nessuno, ma perché è fatto con i piedi, orrende le storie, inetti gli attori, pessimi i registi, ridicoli i «messaggi», e non perché se la prende con Silvio Berlusconi e con i suoi governi). Un cinema, dice Bondi, «pieno di pessimismo e di mestizia, incapace di raccontare grandi uomini e grandi storie, sempre alle prese con l'infelicità» e via straparlando. Anche sotto Stalin, Francisco Franco, Pol Pot ed Evita Peron il pessimismo godeva di pessima fama. Bondi, berlusconiano doc, parteggia per lo stesso Sillabo ottimista. Come la voce narrante delle canzoni di Battisti e Mogol, il ministro non conosce limiti né confini, e bisogna prenderlo com'è, giudizi estetici compresi. Stabilite che Silvio Berlusconi, da come la vede lui, è un genio politico e certamente anche un bell'uomo, non c'è che da aspettare. Prima o poi anche il ministero della bellezza passerà di mano.