"Tra i paradossi di questa Milano-Italia in cui mi sento profondamente un estraneo», attacca Carlo Fontana, ex sovrintendente del Teatro alla Scala ed ex senatore malamente dimenticato dal Pd veltroniano, «c'è anche che rischiamo di celebrare i 150 anni dell'unità nazionale dando un colpo mortale ai teatri d'opera che, in quella storia, ebbero una parte fondamentale. Un altro paradosso? Si parla tanto di preservare nel mondo globalizzato la nostra identità, le nostre radici culturali ma, poi, non si difende il melodramma. Nostra arte per eccellenza, un vero distintivo nazionale. Purtroppo non esiste più un Giorgio Strehler che faccia sentire la sua voce; la cultura dominante è la tv. Tutto il resto è considerato rcsiduale". Sciopero alla Scala e all'Opera di Roma, contestazioni del mondo musicale al decreto del ministro Sandro Bondi sulle fondazioni liriche. Carlo Fontana riceve un sms, «Mi scusi se ogni tanto la disturbo ma specie in questi momenti la sua figura onesta e competente è un sollievo al solo pensiero», gli scrive Lucia Bini, corista della Scala e sindacalista. Commenta Fontana: «Per il potere sono un uomo invisibile, ma non lo sono per molti milanesi e, soprattutto, per i lavoratori della Scala che mi fanno continue attestazioni di stima e affetto». Ex presidente nazionale degli enti lirici, alla Scala 15 anni come sovrintendente e ancor prima come assistente di Paolo Grassi e Carlo Maria Badini, Carlo Fontana non nega le tante turbolenze sindacali in Teatro. «Con la stessa Bini ho avuto scontri durissimi. Però sapevamo di essere tutti dalla stessa parte. Loro non sono lavoratori qualsiasi. Sono artisti; sono i veri protagonisti dello spettacolo». Diluvia su Milano; per un cortocircuito prende fuoco l'insegna del Teatro San Babila giusto in faccia alla sede della Fondazione Balzan di cui Fontana è vicepresidente. «Bondi? Non lo conosco. Non c'è dubbio che la riforma di questo settore va fatta ma non con un diktat dall'alto», sostiene Fontana. «Il decreto, in sostanza, cancella quell'articolo della legge 800 in cui lo Stato riconosce il valore della musica come bene culturale da sostenere e finanziare. Un caposaldo, persino durante il fascismo». Socialista mai pentito («Durante Tangentopoli sono stato l'unico a Milano a non cambiar giacchetta») Fontana, per ingenuità o errori, è finito a soli 63 anni in un cono d'ombra. Figlio di Ciro, colonna di Palazzo Marino nella Milano capitale morale (per 40 anni fu il braccio destro dei sindaci, da Antonio Greppi a Carlo Tognoli; e autore di commedie in dialetto milanese quando la Lega non era ancora nata) Fontana jr è stato alla guida della Fonit Cetra, direttore musicale alla Biennale, sovrintendente al Comunale di Bologna e, dal 1990, dominus alla Scala negli anni, tra l'altro, della megaoperazione di ristrutturazione del Teatro. 2005, deplorevole scontro tra l'orchestra e il maestro Riccardo Muti. Il cda della Scala sacrifica il sovrintendente; arriva il francese Lissner («Lo stimo molto»); spariscono gli adulatori di Fontana. Rivendica: «Da mio padre ho ereditato il culto delle istituzioni. La Scala è stata la mia vita ma, soprattutto, è un'istituzione della mia città. Ho cercato di servirla al meglio». Nel 2006 accetta di candidarsi al Senato, in Lombardia, con il centrosinistra: «Fassino dimostrava attenzione al mondo socialista; intervenne anche Prodi». Diligente senatore (98 di presenze in aula) prepara un progetto di riordino delle fondazioni liriche. «Raccolsi consensi dalla Lega a Rifondazione ma mi scontrai con le ambizioni palingenetiche - una riforma dello spettacolo - del sottosegretario, Elena Montecchi. La mia modesta leggina non si fece, tanto meno la riforma. Ora vediamo i risultati!». 2008, regnante Veltroni («Pensa che la cultura sia appannaggio suo e dei suoi»), sprofondato in lista dal 5 al 17 posto, Carlo Fontana non viene rieletto. «Da allora», conclude, «sono spariti tutti, manco fossi morto. Con la politica ho chiuso. L'esperienza con il centrosinistra mi ha mitridatizzato».