Con il permesso di Gianfranco Miglio, sembra sia giunta l'ora del federalismo, almeno di quello fiscale, versione ristretta di quello politico. Tema caldo, sul quale anche i vescovi, peraltro in palese conflitto di interessi, hanno voluto dire la loro. Punto fermo del programma politico di un movimento che nella nostra regione conta molto. Problema però la cui elaborazione politica sembra essere più avanti della generale consapevolezza e ben al di sotto del minimo richiesto per procedere a scelte razionali. E come sempre se ne parla molto, ma se ne ragiona meno. Potremmo chiederci, ad esempio, che cos'è in realtà il federalismo fiscale oltre che un meccanismo per suddividere diversamente le risorse? Un principio universale per l'affermazione di una maggiore equità? Un sistema intermedio per giungere a una più profonda decentralizzazione? O un semplice provvedimento pratico, privo di fondamenti teorici, finalizzato soprattutto a limitare i danni sconsiderati di una gestione allegra della finanza pubblica? In effetti il federalismo fiscale si propone come un mezzo per aumentare le responsabilità delle amministrazioni locali e quindi consentire ai cittadini-elettori di votare non sulla base della politica «più spendo, più mi votano», ma di quella del «meglio spendo, più mi votano». Chi non ha i soldi non potrà più far pagare la raccolta del suo consenso ad elettori-contribuenti di altre zone d'Italia, come volevano gli americani del «no taxation without representation», concentrando sulle amministrazioni locali la piena rappresentatività e assegnando loro il pieno diritto di imposizione fiscale. Con l'appendice, per nulla trascurabile, di un risparmio generale, virtuoso ed encomiabile. Ma tutto questo è realisticamente praticabile? Per loro natura i fenomeni economici, tra i quali va annoverata la spesa pubblica, tendono a estendersi e sono difficilmente circoscrivibili. Se vogliamo farlo con precisione, è molto difficile quantificare in che misura il reddito regionale venga effettivamente prodotto localmente. La ricchezza nasce dagli scambi ripetuti e frequenti e il vero artefice non coincide mai con il fattore ultimo in ordine cronologico. Inoltre, c'è da chiedersi fino a quali livelli si dovrebbe spingere il federalismo fiscale, fino a quello regionale o più in giù fino a quello comunale? Da un punto di vista federalistico, non è altrettanto contradditorio che i veronesi paghino le scuole dei padovani o quelle dei leccesi? Il decentramento regionale ha già dato ampia prova di poter essere ancora più iniquo dell'accentramento nazionale, perché la politica tende in ogni caso a favorire il proprio collegio elettorale. E poi se il livello locale dovesse diventare veramente minimo, a chi spetterebbe il compito di fare i grandi investimenti? Come si vede il principio di circoscrivere la spesa all'ambito in cui i redditi sono prodotti è più facile da enunciarsi che da mettere in pratica. Aggiungiamo che lo stato sociale è il luogo in cui maggiormente si palesano queste contraddizioni. Per quale motivo, ad esempio, chi oggi investe il proprio denaro nella famiglia e nei figli, deve essere costretto a sostenere lo stato sociale altrui per il domani? L'individualismo economico funziona con grande fatica a livello di organizzazione del mercato, ma è arduo da applicare alle strutture sociali.