II palazzo di piazza Carlina, dove visse Antonio Gramsci, secondo l'ex Presidente della Repubblica e senatore a vita, Francesco Cossiga, dovrebbe essere espropriato dallo Stato, o acquistato da istituzioni come la Regione, la Provincia o il Comune (che per la verità ne è già proprietario), oppure da qualche ricco torinese per trasformarlo in un museo o in un centro di studio. Cossiga interviene nella querelle fra intellettuali e Città dalle colonne dell'Unità, il giornale fondato da Gramsci, oggi diretto da Furio Colombo. Afferma: «Apprendo con stupefatto dolore che la casa dove a Torino visse, pensò, scrisse e operò politicamente, Antonio Gramsci e dove trovò accoglienza, dopo l'uccisione, la moglie di Piero Gobetti, una casa legata, quindi, alla memoria di due martiri antifascisti, militanti democratici e grandi maestri di pensiero, sta per essere trasformata in albergo». L'ex inquilino dei Quirinale analizza le figure sia di Gramsci, sia di Gobetti. Il primo «grande letterato e critico della letteratura italiana, forte e serio politico, marxista-leninista rigoroso, mai stalinista che cercò di coniugare genialmente questa ideologia con la tradizione di pensiero e di vita civile e politica italiana». Il secondo, liberale, fautore di «un'unità antifascista» che, senza il suo intervento «non si sarebbe realizzata né sul piano culturale, né su quello politico». E aggiunge: «Se si consumerà lo scempio di una destinazione alberghiera data con il permesso dell'autorità a quello che dovrebbe essere u8n monumento storico, vuoi dire che questo Paese sta perdendo ormai il senso dei valori più profondi ed attuali della sua identità nazionale, civile e politica. Che non possono certo identificarsi con una inutile predicazione più "patriottarda" che patriottica, o con una conformista scelta "europeista", che sarebbe una fuga da una "identità perduta" e dalla nostra storia nazionale, passata e presente, in una problematica "Storia futura", che, o sarà stopria di popoli, di naziuoni, di culture e di valori, o non sarà». Di quio l'appello del «picconatore» ex Presidente della Repubblica, il quale domanda allo stesso quotidiano che ospita la sua «arringa»: «Perché l'Unità, il giornale di Antonio Gramsci, non apre una sottoscrizione?».