Sono i peggiori nemici dell'innovazione, perché vivono su rendite di posizione e ostacolano la diffusione di massa della cultura: non accettano che una economia della conoscenza debba prescindere dalla possibilità di ridurre tutto a merce In Italia gli utenti dei servizi a banda larga sono due milioni e mezzo e ora probabilmente si stanno chiedendo che senso abbia pagare un canone di connessione senza sfruttare l'ampiezza di banda disponibile per scaricare e scambiare musica e film. L'incertezza è dovuta al fatto che è per ora vigente una legge contro la pirateria che equipara lo scambio non commerciale di file alla contraffazione, prevedendo per questo reato fino a quattro anni di reclusione. A seguito della mobilitazione imponente, tanto via rete quando con la comune presa di posizione di tutti i detentori di interessi, imprenditoriali e non, sono stati approvati in senato degli ordini del giorno che il ministro Urbani ha recepito in un disegno di legge che tutti i parlamentari sono disponibili a votare per via deliberante in commissione Cultura. Delle tre Commissioni che dovevano fare pervenire il loro specifico parere solo una, la quinta (Bilancio) fino ad ora non lo ha fatto, impedendo così al Parlamento di porre rimedio ad una legge tanto impraticabile quanto liberticida. Questi effetti ostruzionistici sono dovuti alla intensissima pressione sui parlamentari e sui media esercitata dalle associazioni dei produttori cinematografici e musicali, giustificata dalla crisi di vendite dovuta alla pirateria in rete. Queste argomentazioni pretestuose vorrebbero giustificare l'incapacità di pensare a nuovi modelli di business per la rete e quindi la pretesa di ridurla a mero supporto informativo-commerciale in luogo di un sistema complesso di comunicazione quale è. Restiamo pure sul piano meramente commerciale: i dati circostanziati ci dicono che l'offerta di musica legale via Internet in Italia è risibile. A fronte di questa incapacità di un progetto commerciale adeguato da parte delle imprese italiane, per quanto tempo ancora i navigatori italiani resteranno prigionieri delle dogane digitali? Negli Stati Uniti il Pew Internet Project rileva che il 17 dei music downloaders sta utilizzando servizi a pagamento come iTunes ed il 7 degli utenti dichiara di avere acquistato saltuariamente brani legali on line mentre il 3 dichiara di essere ormai divenuto cliente abituale di questi servizi. Il collo di bottiglia che strozza a livello globale la filiera del digital entertainment è ormai divenuto intollerabile considerando che le strategie di marketing del settore Ict si basano su una penetrazione fulminea dei nuovi servizi resi possibili dall'innovazione e dall'evoluzione dei gusti del mercato: Amazon ha potuto vendere libri in tutto il mondo sin dal primo giorno di presenza on line ma iTunes di Apple dovrà attendere Ottobre per approdare legalmente in Inghilterra e Germania mentre nulla è dato sapere per l'Italia, che è leader nello sviluppo della banda larga e, conseguentemente, prima al mondo per tasso di file scaricati on line per abitante. I siti di iTunes, Napster (rinato come emporio Mp3) ed Audiogalaxy sono tecnicamente accessibili da mesi anche per l'utente italiano. Due colpi di click separano gli utenti italiani dalla possibilità di accedere legalmente a tassonomie musicali sterminate progettate secondo i dettami del search-find-obtain descritto da Morgan Stanley dove il cliente on line rimane letteralmente ipnotizzato dall'assortimento disponibile e dalla potenza dei motori di ricerca interni. Sono realizzazioni imponenti dove si nota a colpo d'occhio l'investimento in web design ed usabilità ma le dogane digitali hanno trasformato il web in una sconcertante macchina del tempo dove l'Italia sembra essere stata relegata al secolo scorso. Torniamo al mercato musicale americano, tecnologicamente e commercialmente più espanso: gli amministratori delegati delle majors sono alle prese con un serio problema: il ciclo di vita del compact disc è arrivato nella fase di declino, si tratta di un prodotto che ha venticinque anni di vita, un'enormità per qualsiasi aggeggio digitale. In questa situazione: o si rivitalizza il prodotto (vedi Dvd audio) o si modifica il marketing (a partire dal prezzo) o si introduce una tecnologia radicalmente nuova. Ma soprattutto le majors sono di fronte ad un fenomeno estraneo al processo di produzione dei prodotti da hit parade e della promozione dei personaggi dell'universo dello spettacolo perché gran parte della musica scambiata in rete è fuori da questo schema consumistico ed appartiene ad una cultura dello scambio creativo e della conoscenza condivisa. La tecnologia digitale ha operato al posto delle majors introducendo gli Mp3. L'elettronica di consumo ha fatto la sua parte rendendo disponibili lettori che trasportano migliaia di brani. Secondo un'analisi econometrica condotta da Felix Oberholzer-Gee, docente di strategia competitiva all'Harvard Business School, è dimostrabile statisticamente che il P2P non ha impatti rilevabili sulla vendita dei Cd visto che, sinteticamente, solo una frazione degli Mp3 scambiati on line appartiene alla categoria di titoli definibili come top-ten e non è dimostrabile che gli altri brani scaricati sarebbero stati altrimenti comprati dai navigatori. Secondo il gruppo di lavoro di Harvard è certo che il P2P aumenta il consumo di musica ma non ci sono prove che sia responsabile del declino delle vendite. Questa analisi è stata diffusa nel marzo 2004 ed è il frutto di oltre due anni di ricerca dove emerge che l'Italia è al terzo posto nel mondo con l'11 dei file scambiati dopo Germania (13,5) e Usa (30,9) e se si rapporta il dato ai volumi di popolazione sorge il dubbio che il nostro Paese sia il primo in classifica per tasso di file scambiati per abitante. L'analisi si è basata sul monitoraggio, per quattro mesi, della correlazione tra lo 0,01 di tutti i brani scambiati nel mondo in P2P (una percentuale esigua ma statisticamente significativa visto che equivale ad oltre 1,75 milioni di brani) e l'andamento settimanale delle vendite negli Usa rilevato da Nielsen SoundScan su un campione di 680 titoli, corrispondenti all'80 del mercato. Quest'ultimo dato è forse quello più significativo sulle reali modalità di distribuzione delle majors. Infatti se l'80 del mercato Usa è coperto solo da 680 titoli è deducibile che il loro approccio al mercato segua le regole del mass marketing, ovvero pochi brani (le pop star) sui quali vengono puntate ingenti risorse promozionali al pari dei detersivi della Procter Gamble. Ma l'analisi di Harvard indica che i consumi musicali seguono ben altre dinamiche visto che gli utenti in P2P, liberi di scaricare gratis qualsiasi brano, non prediligono i titoli da classifica altrimenti accessibili sugli scaffali degli empori musicali. Nel periodo d'osservazione l'utente medio ha scaricato 17 brani (il più assiduo ne ha scaricati 5 mila) e l'analisi di sensitività ha dimostrato che, in mancanza di P2P, non ci sarebbero stati acquisti dei Cd corrispondenti. Infatti le vendite di Cd appartenenti alla top-ten erano del 22,4 contro il 15 corrispondente dei corrispondenti file scaricati on line. Bene, a fronte di tutte queste possibilità di innovazione tecnologica e di marketing i produttori italiani e le loro associazioni di categoria hanno pensato di agire affinché niente cambiasse. Essi cercano di usare il diritto d'autore in una forma estensiva al fine di garantire il «diritto di editore-produttore». I latifondisti del copyright vivono su rendite di posizione e sono i peggiori nemici dell'innovazione. Un tempo erano i proprietari terrieri, poi sono divenuti oligopolisti industriali, adesso sono divenuti il principale ostacolo alla diffusione di massa della cultura perché non accettano che un'economia della conoscenza debba prescindere dalla possibilità di ridurre la conoscenza stessa a merce. Si ringrazia Massimiliano Andreozzi per la ricerca documentale