La globalizzazione ha messo in crisi il modello in cui le imprese producono e poi lo stato ridistribuisce secondo criteri di equità. La sfida allora è di elaborare un assetto teorico che tenga insieme attività economica, politiche redistributive e il principio di reciprocità che caratterizza l'azione collettiva senza scivolare nella prospettiva del «capitalismo filantropico» o dello «stato benevolente» Nell'analisi dei due studiosi le tecnologie liberano tempo di lavoro che può alimentare la produzione di beni relazionali e di un legame sociale basato sulla cooperazione in vista del soddisfacimento di bisogni che non trovano risposta nel mercato. Ma la loro proposta dimentica che la condizione preliminare di «un'azione volontaria» è un programma di piena occupazione Questo libro - scrivono Luigino Bruni e Stefano Zamagni nella prefazione al loro Economia civile. Efficienza, equità, felicità pubblica (il Mulino, pp. 315, 23) - nasce da una insoddisfazione e da un dubbio. L'insoddisfazione è per la sproporzione tra la realtà in continua evoluzione delle organizzazioni della società civile (di volta in volta indicate come terzo settore, privato sociale, settore non profit, economia sociale) e la riflessione della teoria economica su di essa. Il dubbio è se la lacuna debba la sua ragion d'essere all'infrastruttura teorica che ha fatto fin qui da base all'economics, un'infrastruttura che vede l'ordine sociale fondato su due istituzioni basilari: il mercato, inteso come luogo in cui gli individui uti singuli perseguono i loro scopi privati, e lo stato, inteso come detentore monopolistico dell'azione collettiva (cioè dell'azione politica). Di fatto, spiegano Bruni e Zamagni, questa infrastruttura oggi non funziona più. Sia che si consideri l'estensione dei mercati come la soluzione a tutti i mali sociali sia che, all'opposto, si ritenga l'impresa come un agente anti-sociale dal quale ci si dovrebbe proteggere, la stagione della globalizzazione ha messo in crisi il modello su cui si era costruito quel paradigma (prima le imprese producono secondo un'ottica di efficienza, poi lo stato ridistribuisce secondo criteri di equità): in primo luogo, perché è venuta meno la catena stato-territorio-ricchezza, in secondo luogo perché, se il mercato resta esclusivamente il luogo dello scambio strumentale, ne verranno scacciate le altre forme di rapporto umano che pure sono necessarie alla sua stessa esistenza, come la fiducia e la propensione a cooperare (e a non defezionare). La sfida è dunque quella di produrre un assetto teorico e sociale che riesca a tenere insieme i tre diversi principi dello scambio di equivalenti (su cui è costruito lo scambio mercantile), di redistribuzione (su cui si è edificata l'azione statuale) e di reciprocità (che ispira l'agire comunitario negli ambiti in cui esso ha fin qui trovato esplicazione, a cominciare dalla famiglia). Ed è a questo fine che Bruni e Zamagni - convinti che l'agire economico non possa ancora restare immune dalla contaminazione coi principi di reciprocità e redistribuzione, pena lo scivolamento verso la prospettiva non più praticabile dello «Stato benevolente» o l'altra non certo desiderabile del «capitalismo filantropico» - propongono un interessante détour teorico verso la tradizione dell'«economia civile» elaborata dagli umanisti italiani fra il Quattrocento e il Settecento e che vide nelle Lezioni di economia civile di Antonio Genovesi (1765-67) il suo momento più alto, prima di essere «sommersa e dimenticata» (si potrebbe dire con Sraffa) con l'avvento del marginalismo: è qui, in questa tradizione, che essi infatti rinvengono gli strumenti concettuali per poter pensare l'agire economico in modo non separato rispetto ai presupposti del suo stesso esplicarsi; è qui, soprattutto, che essi ritrovano quella concezione della «socialità basata sulla reciprocità» che è essenziale per il perseguimento in modo economico della «felicità pubblica». Lo snodo centrale del ragionamento dei due economisti è rinvenibile nella considerazione (sommamente condivisibile) secondo cui «la disoccupazione di oggi è la conseguenza di una organizzazione sociale incapace di articolarsi nel modo più adatto a valorizzare le risorse umane a disposizione». Le nuove tecnologie dell'informazione e della comunicazione, scrivono Bruni e Zamagni, «liberano tempo sociale dal processo produttivo», ma questo tempo liberato dal lavoro non riesce a incanalarsi in forma socialmente utile, perché non riesce a incontrarsi con quei bisogni «che non transitano per il mercato del lavoro». (Giorgio Lunghini ci ricorda spesso che questa è appunto la «croce della società capitalistica»: da un lato, una vasta disoccupazione, dall'altro una gran massa di bisogni sociali insoddisfatti.) Di conseguenza, se si vuole evitare di inseguire l'irraggiungibile utopia - o peggio, scrivono Bruni e Zamagni, la «pericolosa menzogna» - di ritenere possibile «dare oggi un lavoro a tutti sotto forma di impiego, cioè di posto di lavoro salariato», occorre «intervenire sul confine che ha finora tenuto separata la sfera del lavoro, come posto di lavoro, dalla sfera delle altre attività lavorative e ciò nel senso di favorire l'allargamento della seconda rispetto alla prima». Detto altrimenti, si tratta di capire che la transizione in corso è paragonabile a quella che ha vissuto la nostra società nel passaggio dall'economia agricola a quella industriale: così come, per effetto degli incrementi di produttività del lavoro agricolo, il settore primario ha visto ridursi grandemente sia la percentuale degli occupati che il proprio apporto sul Pil, senza che siano venute meno le provviste alimentari a nostra disposizione, allo stesso modo oggi bisogna evitare che gli incrementi di produttività del lavoro industriale si traducano in disoccupazione eo sottoremunerazione oppure in una mera redistribuzione del lavoro attraverso misure di riduzione dell'orario e dei tempi di lavoro: «La prima via è eticamente inaccettabile; la seconda è comunque insufficiente», in una prospettiva di felicità pubblica. Di qui la proposta: «incanalare il lavoro liberato' dal settore privato dell'economia verso attività che producono quei beni che il mercato privato, per sua stessa natura, non è in grado o non avrà mai interesse a produrre» - beni relazionali, beni di merito, alcune tipologie di beni pubblici, beni di uso collettivo, ai quali «non è pensabile di applicare la logica dello scambio di equivalenti» - in modo da consentire la transizione da un welfare «statalista» ad uno «civile», in cui cioè le organizzazioni della società civile possano «diventare partner attivi nel processo di programmazione degli interventi e nell'adozione delle conseguenti scelte strategiche», essendo questo il presupposto fondamentale affinché si superi quell'autoreferenzialità dell'offerta che costituisce un portato ineliminabile di ogni welfare «paternalistico» e, a causa della sua insensibilità alle «biografie» dei consumatori, un non secondario motivo di crisi della forma statalista dell'economia del benessere. La prospettiva delineata da Bruni e Zamagni è affascinante e per molti versi condivisibile. C'è però un punto critico nella loro proposta, che continuamente appare e scompare fra le pieghe dell'argomentazione e che viceversa conviene portare quanto più possibile alla luce, in modo da evitare pericolosi fraintendimenti. Per capire di che si tratti, può essere utile ricordare che una prospettiva molto simile a quella sostenuta dai due economisti fu raccomandata da Lord Beveridge in una relazione pubblicata nel 1948 (dopo Social Insurance and Allied Services del 1942 e Full Employment in a Free Society del 1944), dal significativo titolo Voluntary Action. Anch'essa, infatti, muove dal convincimento che «vi sono alcune cose [...] che sovente non possono essere comperate col denaro», cioè che non possono soggiacere ad una logica di tipo mercantile, «ma debbono essere rese per senso di dovere», cioè in un'ottica di reciprocità: la solitudine degli anziani, la sofferenza psichica degli ammalati (e sicuramente la sofferenza degli ammalati psichici) o il disagio dei minori privi di un ambiente sereno in cui crescere sono cose alle quali non è possibile rimediare né «con la ridistribuzione di denaro», né apprestando pubblici servizi di assistenza, in cui cioè chi lavora lo fa in cambio di una retribuzione: il lavoro di cura, scrive Beveridge, «deve essere libero di provare e non può obbedire agli ordini»; «occorrono speciali interessi e simpatie». Lo stesso è a dirsi per quel nuovo bisogno portato dall'avvento della democrazia politica: «La democrazia per sopravvivere non può permettersi di rimanere ignorante», scrive Beveridge, e ciò richiede non solo che vi siano organizzazioni alle quali i cittadini possano chiedere informazioni e consiglio circa i loro diritti e doveri, ma soprattutto che vi possano essere dei luoghi in cui la gente possa «incontrarsi, insegnare, imparare, e fare tutto ciò che costituisce la vita civile». Non è dunque un lavoro salariato che può soddisfare bisogni come quelli appena evocati: l'azione orientata verso di essi dev'essere libera (volontaria, appunto), perché solo così il bene o servizio che ne è oggetto può rappresentare un bene (o servizio) relazionale, cioè tale che soddisfa simultaneamente un bisogno di chi compie l'azione quanto di colui ne è destinatario. Ciò ovviamente postula che chi s'impegna nell'azione volontaria ritragga aliunde i mezzi di cui necessita per vivere: diversamente, il suo lavoro (s'intende, se svolto alle dipendenze di un'impresa privata) diventerebbe salariato e il prodotto del suo lavoro acquisterebbe di necessità forma di merce. E una semplice estensione della legge di Gresham mostra che le «cattive» (cioè interessate) motivazioni dello scambio mercantile scaccerebbero alla lunga quelle «buone» (cioè non interessate). Si capisce, allora, il nesso strettissimo che Beveridge, concludendo Voluntary Action, istituisce fra l'ultima relazione e le due precedenti, in cui rispettivamente aveva disegnato il programma di assicurazioni sociali necessario a liberare la società dal bisogno e individuato i presupposti per la piena occupazione: l'azione volontaria può nascere solo in una società emancipata dai bisogni materiali e in cui l'occupazione disponibile sia ripartita in modo da evitare che chi lavora lavori troppo e chi non lavora non lavori affatto. E per ciò che concerne quest'ultimo presupposto, Beveridge è drastico: «Lo Stato solo può assicurare che in tutti i tempi i bisogni insoddisfatti rappresentino un potere d'acquisto e il modo di trasformarli in effettiva domanda di merci e di servizi», poiché «lo Stato è o può essere padrone del denaro, mentre in una economia capitalistica tutti gli individui sono controllati dal denaro». C'è dunque un programma per la piena occupazione dietro la possibilità di un'azione volontaria, un programma di cui lo stato è pur sempre garante, sia pure nella forma della «socializzazione della domanda» piuttosto che della «socializzazione della produzione». Ed è proprio questo il punto sul quale la proposta di Bruni e Zamagni non appare (almeno a chi scrive) pienamente chiara. Se quanto fin qui osservato è vero, le organizzazioni della società civile potranno rispondere a quella domanda di senso che è costitutiva della nostra felicità pubblica soltanto nella misura in cui saranno popolate di donne e uomini che ad esse si rivolgano consapevoli, per dirla con Keynes, che il fare verso gli altri non perde di significato solo perché non è più un fare per il nostro tornaconto economico; il che a sua volta presuppone una strategia di politica economica (s'intende, aggiornata ai problemi posti dalla nostra partecipazione all'Unione europea) volta alla redistribuzione dell'occupazione mediante la riduzione generalizzata dei tempi di lavoro, di modo che il tempo sociale reso disponibile dallo sviluppo della produttività industriale, che in atto si spreca in forma di disoccupazione, possa «spontaneamente» incanalarsi verso di esse. La via verso la welfare society, in altre parole, non può essere quella - su cui invece Bruni e Zamagni indugiano - dei cosiddetti «mercati di qualità sociale», in cui «l'ente pubblico finanzia [...] il portatore di bisogni», procede ad «accertare, in via preventiva, la reale capacità dei soggetti di offerta a fornire le prestazioni alle quali costoro sono interessati» e lascia aperta la «competizione tra soggetti di offerta dei servizi alla persona»: il rischio è che, così facendo, le organizzazioni della società civile approfondiscano certi loro discutibili caratteri d'oggidì, che inducono taluni a ritenerle imprese capitalistiche tout court e molti a sospettarle d'essere un cavallo di Troia per minare le fondamenta del welfare state. Nonostante tutte le migliori intenzioni, che - come si sa - lastricano le vie dell'inferno.