Chi si ricorda dell'Italia che combattè? Il pellegrinaggio di Sandro, fra agriturismi, villette nuove e nani da giardino. Un'epopea dimenticata: ma non era «tempo di eroismi», chi ha partecipato a quella guerra non l'ha fatto con entusiasmo. Sandro ha 82 anni. Bianco di capelli, elegante, anche nella curvatura degli anni. Oggi viaggia su un mini-bus preso a noleggio, insieme a parte della sua numerosa famiglia, due figli, una figlia, una nuora, un nipote. Da Genova a Belvedere Ostrense, provincia di Ancona, sulle tracce di una memoria di guerra che con il passare degli anni si è allargata, quasi un'ossessione, o qualcosa di molto vicino. Certamente una voglia di «chiudere un cerchio» come dice Sandro quando, all'imbrunire della giornata estiva, giunge in vista delle colline che circondano Belvedere, i campi a ritagli verdi e gialli, i borghi fortificati a presidiare ogni altura. Ostra, Morro d'Alba, Ostra Vetere, Corinaldo. E' la prima volta che Sandro ci torna dall'estate del 1944. Un viaggio atteso, desiderato, immaginato (temuto?) alla ricerca di un luogo, di un territorio per far rivivere la memoria di cinque giorni di luglio di sessant'anni fa sul fronte di guerra adriatico. Cinque giorni che hanno contato molto nella vita di Sandro e che nel declinare degli anni sembrano allungare un'ombra grande, che forse deve essere in qualche modo spinta via anche attraverso il contatto, fisico, con quei luoghi. Fotocopie delle mappe Sandro si è preparato. Ha fotocopiato cartine militari dell'epoca, esumato un vecchio libro di Gabrio Lombardi sul Corpo Italiano di Liberazione, tracciato a mano il disegno del luogo dove, ventiduenne sergente allievo ufficiale dell'11 Reggimento di Artiglieria, per cinque giorni e cinque notti si è trovato in un fosso, sotto i colpi di cannone tedeschi senza neppure potersi voltare a guardare il paese e le colline. E' quel luogo «un po' fuori il paese, in direzione di Vaccarile, poche case e una chiesa», così lo ha descritto ai figli prima di partire, che Sandro è venuto a cercare a Belvedere Ostrense in questa estate 2004. Ma che cosa era veramente successo a Belvedere Ostrense nel luglio del 1944? L'episodio, nel grande schema delle tragedie della Seconda Guerra Mondiale appartiene certo al numero delle battaglie «minori». Nell'estate del 1944 le truppe alleate risalgono l'Italia. A maggio è stato costituito il Corpo Italiano di Liberazione. 24.000 uomini provenienti da divisioni dell'esercito che già costituivano il Raggruppamento Motorizzato Italiano, inquadrati prima nel V Corpo Inglese e poi nel II Corpo Polacco. Hanno già sostenuto (come Raggruppamento) dure battaglie contro i tedeschi a Montelungo (428 caduti), nei pressi di Cassino e, nella primavera del 44, a Monte Marrone. All'inizio di luglio un altro durissimo scontro nelle Marche, a Filottrano (300 morti italiani). Molti dei soldati sono giovani, alcuni sono reduci dalla Russia, ci sono numerosi studenti, soprattutto all'inizio male equipaggiati per la diffidenza degli ex-nemici anglo-americani. E poi ci sono gli ufficali dell'ex-esercito regio che spesso, per rifarsi una verginità dopo comportamenti non proprio limpidi a cavallo dell'8 Settembre, applicano ottusamente disciplina e punizioni. In uno straordinario diario scritto dal sergente dei bersaglieri Gino Damiani, che verrà pubblicato a settembre a cura del figlio Ernesto (con il titolo «Ci riconosceremo fratelli», Ed. NordPress, Chieri, Brescia, per informazioni: damianibio.unipd.it), si ricordano le licenze sospese, gli atti di disubbidienza, i veri e propri ammutinamenti, le fucilate all'indirizzo dei propri ufficiali. Scrive ad esempio Gino Damiani nel suo diario, qualche giorno prima dei fatti di Belvedere: «5 luglio mercoledì: Tempo discreto. Riposo. Bagno. Ordine di spostamento dalla città, per punizione. Ordine revocato. Sparano a[l colonnello, comandante della Fanteria del Cil] Fucci senza colpirlo. Alpini e Bersaglieri sono esasperati per le licenze». Allo stesso tempo, c'è almeno un inizio di coscienza che quello sparuto esercito, verso il quale anche una parte non piccola dell'antifascismo avrà per lungo tempo un atteggiamento di fastidio, sta partecipando alla ricostruzione di una sorta di «dignità di popolo», come in altro modo, spesso soltanto pochi chilometri più a nord del fronte, stavano facendo le formazioni partigiane (alcune delle quali, come la brigata Majella e la 28.ma brigata Garibaldi Gordini, quella di Arrigo Boldrini, continueranno la guerra inserite nelle forze del Cil). Dunque, dopo Filottrano e la liberazione di Jesi (20 luglio), gli Italiani proseguono l'avanzata a fianco dei polacchi, inseguendo i tedeschi in ritirata. Sembra che la via sia ormai aperta, e che fino alla Linea Gotica non ci si debba più fermare. Gli arditi avanzano Il 21 luglio a Belvedere Ostrense, sulla strada per la frazione di Vaccarile, gli arditi del battaglione Grado (Reggimento San Marco) avanzano senza incontrare apparentemente resistenza. E' forse un ordine avventato del comando di reggimento, che porta i soldati della Grado, allo scoperto su un incrocio stradale, Poi all'improvviso da casali e stalle si scatena una violenta reazione di fuoco tedesco. Varie pattuglie tedesche convergono sul punto, sostenute dall'artiglieria, da cannoni e mortai. Il Grado ha perdite pesantissime, l'artiglieria italiana, dove c'è Sandro, viene chiamata a sostegno, ma viene inchiodata per cinque giorni dal fuoco nemico alla periferia di Belvedere. Sandro non vede neanche il paese, sospeso nell'orrore e nella paura, racconta oggi brandelli di quei giorni. Una scena, soprattutto: un'ambulanza italiana che raggiunge il tornante sotto le loro postazioni. Si blocca, ne esce l'autista barcollante e insanguinato, trafitto da una scheggia. Raggiunge le linee amiche, viene soccorso. Dell'ambulanza tutti si dimenticano per quattro giorni. Finita la battaglia, Sandro e i suoi ne scoprono i passeggeri, sei italiani, morti. «Forse erano feriti e nessuno li ha salvati» ricorda oggi Sandro e sul libretto di Lombardi ha annotato, a mano, «l'odore dei morti!». Quando il 26 luglio, con l'arrivo del 68. reggimento di fanteria, la battaglia di Belvedere ha fine, le perdite sono alte: 122 soldati italiani, di cui 27 morti, 82 feriti, 13 dispersi. In questo mattino di prima estate del 2004, Sandro ripercorre quelle strade. Ma la mappa della memoria di quei giorni, che da lontano sembrava così netta, è difficile da ricostruire. Forse si accavallano ricordi di altri luoghi, si sovrappongono situazioni vissute qualche giorno prima, o una settimana dopo. Il paesaggio non aiuta. Se Belvedere, come tutti i paesi della zona, non è stato stravolto dallo sviluppo, se la rocca medievale, le chiese , la piazza del municipio con i vecchi che giocano a carte ai tavolini del bar, parlano di un territorio bellissimo e ben conservato, quelle balze fuori le mura, quella «periferia» del borgo hanno decisamente cambiato aspetto. Nanetti da giardino Sono villette anni 60 e 70, il marchio del benessere, il giardino, i nanetti in ceramica di Via Enrico Berlinguer. Sandro cerca «quella» chiesa, che aveva visto colpita dai mortai tedeschi, il tetto in fiamme, il campanile sbrecciato. Non la trova, né vicino, né a qualche chilometro dal paese: è troppo piccola l'altra pieve medievale tra le vigne di Verdicchio, troppo imponente e lontano il Santuario della Madonna del Sole. Il mini-van percorre quelle strade tortuose, si ferma, torna indietro. Sandro indica una svolta, procede per tentativi, rinuncia infine e senza amarezza eccessiva. A chiudere il cerchio, quarant'anni dopo, c'è riuscito. Il resto è andato comunque perduto. Poco fuori Belvedere la famiglia si ritrova per la sera in una delle tante aziende agrituristiche della campagna marchigiana. Questa è particolarmente accogliente, una bella famiglia loquace (certo più di quella ligure di Sandro). Sandro racconta anche a loro come e perché si trova da quelle parti. Ricorda, ancora una volta, la generosità della gente del posto, durante la guerra. E l'abbondanza, i primi raccolti trovati intatti, il cibo buono dopo mesi di fame. L'uomo dell'agriturismo azzarda, certamente per essere gentile, che «allora la gente faceva scelte importanti, prendeva grandi decisioni. I tempi erano eroici». Sandro ha uno scatto, il primo della giornata. «Non erano eroici. Ci hanno rubato i nostri anni migliori», dice con voce indurita. Per lui ancora oggi è esattamente come Gino Damiani scriveva nel suo diario 40 anni fa «13 aprile giovedì: Guardia dalle 7 alle 9. Nebbia, nebbia!! Compio oggi 22 anni! Triste purtroppo il momento, per due avvenimenti: perché non è questo il luogo, né il momento di letizia o di feste; secondo perché sempre più piango i miei migliori anni gettati al vento, al dolore della tristezza». Sandro Rocco, mio padre, da 40 anni vuole un impossibile rimborso per quegli anni perduti. E un po', ma solo un po', lo consola la scoperta che c'è una lapide sul palazzo del Municipio di Belvedere (a fianco a quella, divertente nella sua ferocia anti-clericale, in onore di Giordano Bruno), che ricorda quei giorni di luglio e la presenza dei soldati italiani. «Almeno se ne sono ricordati», dice, sulla via del ritorno.