Rosa Martinez e Maria de Corral saranno le direttrici della Biennale di arti visive che si terrà nel 2005. Entrambe spagnole, forti di un curriculum che assicura uno scarto dalla banalità, promettono escursioni in territori poco conosciuti La Spagna di Zapatero conquista la Biennale di arti visive, con una direzione di coppia. Il presidente della Fondazione Davide Croff ha scelto, in sintonia con il cda che ha votato all'unanimità, due curatrici, entrambe spagnole, capaci di avventurarsi senza troppi tentennamenti in territori coraggiosi: Maria De Corral e Rosa Martinez. L'americano Robert Storr, «curator» del Moma di New York, dato in pole position da giorni, anzi per certo da qualche quotidiano nazionale, sarà invece il direttore dell'edizione del 2007 in un progetto triennale già delineato nella sua cornice. Per l'autunno 2005, in contemporanea con la Biennale, coordinerà un simposio sullo stato dell'arte invitando in laguna artisti, critici, teorici ed esperti del settore. Chissà se questo defilarsi dall'orizzonte più vicino permetterà ugualmente a Storr di spendere una buona parola sul padiglione Usa che versa in condizioni economiche incerte e rischia la sua partecipazione se non interverrà in suo favore - e in tempi ormai strettissimi - il colosso Guggenheim. Intanto le due direttrici hanno già i loro «campi» dove applicarsi. Oltre al tema generale, quello che impernierà le maggior parte delle opere della mostra ventura, dovranno occuparsi del Padiglione Italia (toccherà a Maria De Corral che ha assicurato un approccio anche retrospettivo), e dell'Arsenale, compito affidato a Rosa Martinez, pronta a sfoderare i linguaggi tecnologicamente più avanzati. «Una scelta politicamente corretta mentre l'arte è scorretta - ha stigmatizzato Vittorio Sgarbi che ha l'ossessione di Robert Hughes - Sarà la solita Biennale con le tendenze delle generazioni fighette...». Peccato però che una critica e studiosa come Rosa Martinez, formazione a Barcellona, abbia al suo attivo esperienze internazionali di tutto rispetto come Manifesta 1 (nel 1996 è stata una co-curatrice), la Biennale di Instanbul del 1997 dedicata a un bellissimo tema come On Life, Beauty, Translations and Other Difficulties, Site di Santa Fé, la Biennale di Pusan in Corea, alcuni progetti particolari ad Arco di Madrid fino alla recentissima cura del padiglione spagnolo - il più straordinario per impatto e intelligenza progettuale - alla rassegna veneziana del 2003. Qui Santiago Sierra aveva interpretato l'idea di frontiera come una censura sociale, «murando» letteralmente l'entrata dell'edificio e permettendo la visita soltanto a chi fosse fornito di un passaporto spagnolo, dopo adeguata esibizione del documento. Quando ha dovuto scegliere gli artisti cui dedicare una personale è andata dritta verso Ghada Amer, il russo Oleg Kulik e se impegnata nella scrittura di saggi per cataloghi si è interessata di personaggi come Janine Antoni, Priscilla Monge, Liza May Post, Nan Goldin, Marcel.lì Antunez Roca. Ancora, se ha lavorato in altri «tandem» curatoriali lo ha fatto con Harald Szeemann, Hou Hanru, Viktor Misiano. E per fugare ogni dubbio sul pericolo di dover volgere lo sguardo sui «soliti» nomi eccellenti, ecco cosa dice Martinez con il suo piglio deciso: «Credo che la formula Biennale sia qualcosa che si reinventa sempre. Negli ultimi tempi ne sono nate diverse, in posti «periferici» per l'arte come l'Havana, Istanbul o san Paulo, in Brasile. Il referente per tutte era sempre Venezia ma questa era stata introdotta per celebrare l'arte occidentale con i suoi padiglioni dei paesi dominanti. Ormai ha perso lo smalto in questo senso, quella visione è diventata patetica e impossibile da proporre. Già una sezione come Aperto si era costituita anni fa per ovviare a quei limiti anacronistici e per offrire linfa vitale. Il proliferare di nuove Biennali sulla scena internazionale ha permesso di uscire da quel modello (arricchendolo a loro volta) e di interrompere il binomio occidente uguale civilizzazione. Molte sono poi nate per esorcizzare i traumi della Storia recente, come è accaduto in Sudafrica. L'utopia della democrazia si concretizza così in una Biennale ideale che per me significa soprattutto un evento politico e spirituale. La Biennale, con la sua energia e fluidità, è sempre un modello che si rinnova ad ogni esposizione. La sua funzione non è preservare il passato ma inventare il presente e esplorare i confini dell'arte. È qualcosa di mutante, che non si costruisce con i nomi dei big di turno ma attraverso la contaminazione con la vita. I musei sono i luoghi preposti a preservare la memoria ma le Biennali sono territori transnazionali e transgenerazionali». L'altra timoniera della nave in laguna sarà Maria de Corral, la cui visione dell'arte e la sua esperienza curatoriale si integrano perfettamente con quella della sua collega così da favorire un percorso coerente all'interno della Biennale veneziana. Formatasi a Madrid, direttrice nel decennio 1981 - 1991 delle attività dalla Fondazione La Caixa di Barcellona, poi si è «trasferita» al Reina Sofia di Madrid (fino al 1994 l'ha diretto, ora collabora con la proposta di rassegne: l'ultima su Julian Schnabel è ancora in corso). Nel 1986 è stata curatrice del padiglione spagnolo della Biennale con la mostra De varia commensuraciòn: Jorge Oteiza, Susana Solano. Ma come intende l'arte contemporanea Maria de Corral? «Quando realizzo mostre o dirigo un'istituzione non penso mai a illustrare la storia dell'arte. Mi interessa far entrare nelle collezioni permanenti o in esposizioni quegli artisti che rapprentano una qualche rivoluzione: nulla di definitivo ma i miei criteri sono rigorosi, anche se inseguono le emozioni e devo sempre avere un feeling con chi scelgo». Alle due direttrici non resta che mettersi al lavoro: la loro nomina è arrivata piuttosto tardi, dovranno rimboccarsi le maniche. Auguri.