venti i chilometri in città. il progetto di recupero del 1998 non è mai decollato Non usati i contributi europei trovati da Tursi. Si riparte da 200 mila euro donata bonometti IN QUESTI giorni Antonio Ricci, il più importante autore della televisione italiana, ligure di nascita, le ha segnalate al Fai come patrimonio da salvare. La motivazione: «Un tempo ci passavano i muli, ora ci sono gli asini che le vogliono rovinare». Sono le creuze, un sistema viario antichissimo, preesistente a Genova stessa e unico in Europa. La parola proviene dal francese arcaico: creux, chiuso, protetto. All'interno delle mura si estendono per circa venti chilometri, e sono in tutto quattordici, ma anche fuori le mura, soprattutto nella zona di Sampiedarena, altre salite rispondono allo stesso primordiale obiettivo, trasportare le merci fino al cuore della pianura, ed oltre. Oggi percorsi urbani, perlopiù faticosi, ma di audace bellezza panoramica. Quelli in ordine e transitabili senza rischi, senza crucci per l'abbandono, sono veramente rari. La norma è invece diversa: la vergognosa salita della Misericordia diventata una discarica chiusa da dieci anni mentre prima congiungeva piazza Corvetto con via Venti Settembre, alcune mattonate del Carmine diventati percorsi di guerra. Ma anche salita Cataldi a Sestri Ponente, salita Millelire a Sampierdarena inserita spesso nel piano di investimenti e mai finanziata. Dodici anni fa l'amministrazione comunale annunciava un piano "Salva-creuze" grazie al quale (contando su un finanziamento dell'Europa del bando Raffaello in partenariato con la Corsica e la città di Weimar sul tema comune dei "percorsi della storia") intendeva avviare una catalogazione delle creuze e individuare le più antiche, le più importanti là da dove iniziare un lavoro di recupero, riproponendo il "saper fare" degli stradini. Perché, dicono gli esperti, alcuni restauri realizzati con distese di mattoni lucidi sono risultati più deteriori della stessa cattiva manutenzione. Ci credeva evidentemente l'amministrazione di allora che coinvolse la facoltà di Architettura e numerosi esperti. Era in ballo un finanziamento europeo di mezzo miliardo di vecchie lire cui aggiungere i 600 milioni dell'amministrazione comunale. Dopo gli annunci dell'epoca, non si è più saputo più niente. Qualcuno ipotizza che le valutazioni della Soprintendenza, dai tempi forzatamente lunghi, possano aver fatto saltare il finanziamento che pone delle scadenze. «La veritàè che, malgrado i nostri sforzi e il rispetto dei tempi, arrivammo secondi tra i partecipanti a quel bando, dove solo il primo otteneva il finanziamento - racconta Walter Seggi, all'epoca assessore comunale alle Manutenzioni - e le possibilità di intervento si ridimensionarono». Quel lavoro di studio però non è stato inutile, assicura: «Realizzammo alcuni interventi in anni successivi, con i finanziamenti del G8 e del 2004, diciamo il 10 della rete delle creuze cittadine che, in tutta la città, è lunga quasi trecento chilometri». In difesa delle creuze dovrebbe scendere in campo con maggiore peso la Soprintendenza, che ne ha vincolate alcune ma (vista la situazione complessiva) non ha evidentemente fatto abbastanza. E il risultato è che si assiste ancora oggi, ad asfaltature e rattoppi su tracciati romani e medievali. Salita Li Gobbi (la salita della morte, perché vi transitavano i condannati diretti al Castellaccio) o salita Superiore San Gerolamo e ancora la gran parte di salita Accinelli, tanto per citare posti dove i mattoni e i ciottoli sono scomparsi. Asfaltare è necessario? L'architetto Anna Airenti di Aster: «Troppi sono i mezzi che vi transitano in alcuni casi, dai motocicli fino alle auto. Per esempio le creuze di Sant'Ilario appena messe a posto sono già danneggiate». Airenti annuncia che è pronto un intervento contenuto nel Piano di riqualificazione urbana che riguarda le creuze che raggiungono l'acquedotto nella zona di Molassana. «L'ultima che hanno rovinato - dice Corinna Praga di Italia Nostra , autrice della guida insostituibile nel suo genere "Andar per creuse" - è salita San Simone dove hanno fatto un'apertura per le macchine e c'è un passaggio sul risseu. Diventerà asfaltata. Sulle creuze che portano al Righi dove hanno inserito mattoni comperati al ribasso e mal collocati, e in buona parte scoppiati o mancanti, spesso c'è il ghiaccio. Vorrei ricordare salita Salvator Rosa di Sampierdarena, bellissima panoramica ancora intatta nella parte alta, ma sfigurata nella parte inferiore». Per qualche intervento che si riesce a mettere in calendario, decine di percorsi giacciono nell'abbandono. È stata riaperto dopo anni di chiusura il tracciato che da viale Carbonara raggiunge corso Paganini. Per un muretto fatiscente il cui recupero è stato per anni in ballottaggio fra l'Albergo dei Poveri (quindi l'Università) e il Comune. Sbarrare una creuza significa scrivere una sentenza di abbandono irreversibile. Gli interventi arrivano, ma col contagocce. Si comincia con salita Oregina, dove una "schiena d'asino" ha deformato la mattonata e l'ha resa molto pericolosa: mattonata assai frequentata,perché ci sono case tutto attorno e al suo ingresso verso l'alto c'è la chiesa, la scuola, un circolo e anche quell'antica villa genovese che il Comune avrebbe intenzione di ristrutturare per collocarvi il Movimento Ragazzi. In questa strada abita lo storico Ennio Poleggi (grazie al quale i palazzi dei Rolli sono Patrimonio dell'Umanità). Si comincia dunque da lì con la ristrutturazione delle creuze cittadine, sperando che non sia la prima ma anche l'ultima. Regione, insieme a Comune, mettono a disposizione 200 mila euro più che altro per correre ai ripari di una condizione del percorso che potrebbe prima o poi rivelarsi un boomerang: cittadini che si fanno male e che fanno causa, per esempio. L'assessore comunale alla Manutenzione Elisabetta Corda non parla di altri finanziamenti destinati a questi percorsi. In realtà nel piano regionale del 2007 che doveva essere nuovamente finanziato (cosa che non è avvenuta tutti gli anni) si citava per Genova anche la creuza che porta al Poggio di Apparizione: «Una direttissima che non attraversa mai un corso d'acqua - racconta l'archeologo Mannoni- raggiungendo altezze diverse, dai 1400 metri sopra il livello del mare per toccare infine la pianura». Solo il primo tratto, quello urbano, che tocca il Fasce è stato restituito ai genovesi.