di Redazione I sindacati fanno saltare anche la prima di «Anna Karenina» e scaricano Ferrazza Signore e signori, lo spettacolo è finito. Ancor prima di iniziare. «Anna Karenina», il balletto previsto domani sera al Carlo Felice, non andrà in scena, causa sciopero dei lavoratori, seguendo così a ruota il destino toccato al concerto sinfonico di giovedì scorso, anch'esso annullato. Così, a due anni di distanza dalla folle stagione che cancellò tutte le prime d'opera e che fece cadere la testa dell'ex sovrintendente Gennaro Di Benedetto, le ostilità sono di nuovo aperte, su dichiarazione di tutte (almeno una decina!) le sigle sindacali del teatro. Nell'occhio del ciclone questa volta il famigerato decreto Bondi sulle Fondazioni lirico sinfoniche - firmato la scorsa settimana dal Presidente Giorgio Napolitano - che ha scosso tutti i lavoratori dello spettacolo dal vivo dando il «la» a manifestazioni di protesta e scioperi lungo tutto lo stivale. Uniformità di contratto nazionale e aziendale (quest'ultimo diverso da teatro a teatro e quindi più variabile), con conseguente taglio degli stipendi e limitazioni, di fatto, all'autonomia delle fondazioni; più erogazione dei contributi sulla base della produttività. Queste in estrema sintesi le novità previste. «Il decreto è una mannaia - aveva dichiarato qualche giorno fa Nicola Lo Gerfo, leader della Fials - un duro colpo per i lavoratori e anche per la vita culturale di tutto il paese». Osservazioni più o meno discutibili, ma senza dubbio legittime. Quello che suona stonato però è l'assolo genovese, appena composto, che proclama «con due effe» la fine del commissariamento. Stonato perché, se c'è qualcuno che da due anni a questa parte sostiene a gran voce il commissario Giuseppe Ferrazza, è proprio il «coro» dei sindacati; per altro senza alcuna logica, perché è chiaro come il sole che la situazione di «interregno» del nostro teatro ormai non può che danneggiare la regolare e proficua attività artistica e gestionale. Con pesanti conseguenze su quella produttività così necessaria per i futuri finanziamenti. Il fatto è che questo lo sapevamo tutti, già all'epoca della proroga di Ferrazza lo scorso autunno, che infatti aveva sollevato perplessità un po' ovunque. «Quello di cui abbiamo bisogno - proclama sulle barricate lo stesso Lo Gerfo - è il ripristino di un regolare Consiglio di Amministrazione e la nomina di un nuovo sovrintendente: solo così il teatro può uscire da quella precarietà in cui è costretto a vivere». E già, perché, tra l'altro, senza una regolare amministrazione nessun privato (potenziale sponsor) si azzarderebbe ad investire liquidi propri; che in soldoni - mai termine fu più appropriato - significa che il teatro rischierebbe di nuovo la chiusura per fallimento. «Mancano quattro milioni di euro per completare la stagione - tuonano i sindacati - un buco che non ci permette di tener fede al cartellone, programmato fino a dicembre». Anche questa non è affatto una novità, visto che indiscrezioni erano già trapelate qualche mese fa e che «L'opera da tre soldi» con Massimo Ranieri, fiore all'occhiello del cartellone di «Teatro Musicale» di autunno, è già caduta nel dimenticatoio da almeno un paio di mesi, causa difficoltà finanziarie. Insomma, non si poteva insorgere prima che la feroce «mannaia» bondiana si abbattesse sul povero Carlo Felice? Ben venga il corteo a Palazzo Tursi, con tanto di benedizione della Sindaco che esprime ai lavoratori la sua piena solidarietà; e ben venga il malumore, che è legittimo, vista la scarsa attenzione che da troppo tempo è riservata al mondo musicale. L'opinione pubblica va sensibilizzata, visto che finora non c'è stata o che, se cera, dormiva. Ma lo sciopero? È davvero giusto continuare a incrinare il rapporto tra teatro e pubblico? Non esiste una forma di protesta diversa, che porti in alto il messaggio bellicoso dei lavoratori? Che dire, se l'orchestra si presenta ad un concerto in borghese, il giorno dopo lo sanno in tutta Italia, se invece salta uno spettacolo non ci fa caso più nessuno. E non si uccide l'arte. Se vogliamo difenderla, almeno facciamola.