Alle fonti del Rinascimento Da Arnolfo a Peruzzi La lettura critica di un'appassionante vicenda: la nascita e la progressiva crescita di un modo nuovo di intendere e progettare l'architettura Risalgono agli inizi degli anni sessanta le ricerche sull'architettura del Rinascimento di Arnaldo Bruschi (Roma, 1928): ultimo erede della tradizione storiografica della cosiddetta «scuola romana» fondata negli anni venti da Gustavo Giovannoni e poi proseguita da Vincenzo Fasolo e De Angelis d'Ossat. Una «scuola» che ebbe il merito di assegnare al disegno e al rilievo dei monumenti antichi un ruolo significativo per comprenderne la «spazialità» e le intime ragioni costitutive della forma. Con il titolo L'antico, la tradizione, il moderno. Da Arnolfo a Peruzzi, saggi sull'architettura del Rinascimento, a cura di Maurizio Ricci e Paola Zampa, (Electa, 39) ricompaiono ora in libreria una serie di importanti saggi dello storico romano perlopiù editati tra il 1972 e il 1992 in pubblicazioni specialistiche oggi non più reperibili. Furono l'insieme di quegli studi che incubarono la sua fondamentale monografia su Bramante (1969) - d'altronde già il Vasari individuò nell'architettura bramantesca la prosecuzione della «vera maniera» rinascimentale, quella delle «vestigia di Filippo» Brunelleschi - e che gli diedero occasione di «esplorare» l'architettura barocca del Borromini. Il concetto di Rinascimento al quale Bruschi aderisce è quello di una «fase iniziale» appartenente a un più complesso «ciclo» di vicende storiche che dobbiamo individuare nel termine «Classicismo». Per intenderci il momento nel quale, agli inizi del Quattrocento, una serie di artisti - una «pseudoclasse» di intellettuali come li definirà Tafuri - si distingueranno come «avanguardia ideologica delle classi al potere» e nella sintesi del patrimonio storico dell'antico forniranno alla città modelli e soluzioni razionali adeguate alle «virtù» civili e liberali. Il percorso dei saggi, pubblicati in ordine cronologico, parte dai «precedenti» dell'architettura brunelleschiana che anticipano, anche se in modo «incerto ed empirico», la novità del metodo progettuale «scientifico» dell'architetto fiorentino, per poi affrontarne la «maniera matura» attraverso la descrizione dei diversi «momenti» che la costituisco. Dallo Spedale degli Innocenti (1419-44), ove ancora la grammatica degli ordini deve perfezionarsi, alla chiesa di Santo Spirito (1436), nella quale si compie la connessione di tutti gli elementi architettonici (sintatticità della costruzione), dalla fase autenticamente matura, rappresentata dalla Rotonda degli Angeli (1434) e dalle tribune morte e la lanterna di Santa Maria del Fiore (1432-38), ove l'accentuata plasticità delle membrature arricchiscono l'opera insieme a nuove invenzioni spaziali, a quella del superamento effettivo della tradizione gotica attraverso la conoscenza dell'antica architettura romana. L'architettura di Brunelleschi, attraverso l'analisi storica di Bruschi, si mostra così più complessa e articolata di quanto la critica precedente (Heydenreich, 1931-74) avesse fatto intendere descrivendola come un «blocco sostanzialmente omogeneo». Leon Battista Alberti si assunse il compito di legittimare la rivoluzione linguistica brunelleschiana iscrivendola nell'ambito della cultura umanistica, nell'«armonia della città terrena», come scrisse Garin, nella quale le forze della natura e l'imprevidibilità del destino si annullano con le «buone arti» e l'«umana ragione». Alla formazione architettonica dell'Alberti Bruschi dedica pagine esemplari. Egli la fa risalire all'anno 1434, di ritorno a Firenze dopo il soggiorno romano. Nella capitale medicea dovevano ancora aprirsi i più importanti cantieri brunelleschiani eppure era già evidente la «rivoluzione» avvenuta con la scoperta della scienza prospettica. Al pragmatismo della machina e alle astrazioni della tecnica di Filippo, Alberti preferisce, però, il «tranquillo classicismo» di Ghiberti o Donatello. La sua ammirazione è rivolta agli scultori-architetti, coloro il cui interesse si appuntava, come scrive Bruschi: «Sulla morfologia di alcuni elementi classici composti in insiemi evocati, con gusto embrionalmente antiquario». Alberti è affascinato, quindi, piuttosto che dall'«organizzazione spazio-temporale» dell'architettura brunelleschiana, dall'idea urbana, insieme letteraria o emotiva, che l'architettura sottende con l'insieme dei suoi significati civici e i limiti del suo pratico operare. L'interesse di Bruschi per l'Alberti, risalente al 1961, nasce dalle «divergenze» riscontrate tra la «linea brunelleschiana» e le opere albertiane e la «convergenza» di queste ultime con i temi e le ricerche degli scultori e dei pittori fiorentini: una tesi che negli anni si è confrontata con gli studi di Richard Krautheimer su Ghiberti (1970) e di Howard Burns (1980). I saggi di Bruschi spaziano oltre l'ambiente toscano con un ritratto dell'architettura rinascimentale a Roma nel pontificato di Alessandro VI dove le opere di Antonio da Sangallo (cortile della fortezza papale di Civita Castellana) e Bramante (chiostra di Santa Maria della Pace a Roma) problematicamente s'incrociano nei loro riferimenti linguistici anticipando il revisionismo manierista. A conclusione della raccolta lo studio sull'opera del senese Baldassare Peruzzi ribadisce le qualità critiche di Bruschi nell'esporre i nodi problematici del rapporto con l'antico ridotto agli inizi del Cinquecento a efficaci espedienti scenografici: esito finale di un lungo percorso che dalla rigore matematico del canone classico conduce all'artificio cortigiano delle forme.