I privati mollano il Maggio solo spiccioli per la musica La crisi del Comunale. Nonostante il prestigio di alcune prime a Firenze il sipario si alza meno che altrove Un totale risibile di donazioni private. E un sipario che si alza troppo poco nel corso dellanno. Sono le due spine nel fianco del Maggio musicale fiorentino. Due «buchi neri» che saltano fuori dalle cifre del bilancio e della produzione. Sotto il capitolo «privati», se si escludono il milione di euro della Provincia (chissà perché è considerata un privato) e il 1,3 milioni di euro dellEnte Cassa di Risparmio, il totale dei contributi privati non arriva al milione di euro. E molti dei cosiddetti privati sono in realtà società controllate dal pubblico come Publiacqua, Toscana Energia e Camera di Commercio. A ben vedere i privati veri e propri si contano sulle dita di una mano: Guccio Gucci, Nuovo Pignone, Unicoop, Monte dei Paschi. Non più Ferragamo. E si tratta in ogni caso di contributi modesti, se si considera che anche il Monte dei Paschi dona 50mila euro (erano molti di più anni fa). Comè possibile? Prima dellarrivo del sovrintendente Francesco Giambrone, lex commissario Salvatore Nastasi, attuale capo di gabinetto del ministro Bondi, dette vita con il sostegno del sindaco Leonardo Domenici un «comitato per il fund-rising» con il preciso compito di trovare finanziamenti dai grandi privati. Ne fanno ancora parte tra gli altri Guido Chiostri, Marcello Fazzini, Clotilde Tremaglia Corsini, Giuseppe di San Giuliano, Mario Razzanelli, Sidsel Vivarelli Colonna e Cristina Pucci. Solo che in quattro anni di vita teorica il comitato, racconta lo stesso Razzanelli, si è riunito una volta. Un flop. Con la conseguenza che il Comunale vive solo grazie ai soldi pubblici. Tra Fus e Arcus, nel 2009 lo Stato ha versato 22 milioni. Palazzo Vecchio 3,150 milioni, la Regione 2,450. Il bello però è che neppure questo è bastato a far pari: il bilancio consuntivo 2009 del Maggio verrà archiviato con un deficit di poco inferiore ai 2,5 milioni. La metà di quello dellanno prima, ma pur sempre deficit. Le spese totali di quello che il parlamentare Pdl Gabriele Toccafondi chiama «carrozzone» ammontano del resto a 38,5 milioni. In gran parte destinati a pagare il personale, cioè i 399 a tempo indeterminato (orchestra, coro, corpo di ballo, operai e amministrativi) più gli 80 aggiunti. Nel corso del 2009 sono state tagliate consulenze, contratti professionali e anche i contratti a tempo determinato. E per la prima volta si è assunto sulla base delle effettive necessità della produzione. Ma la spesa per il personale è comunque il grosso della spesa: quasi 26 milioni di euro. A cui si devono aggiungere 2,5 milioni fra bollette e manutenzioni. E soprattutto i 7,5 milioni di costi di produzione. Cioè la spesa variabile legata alla creazione di spettacoli che comprende le indennità per gli orchestrali. Compreso lo strillo del corno del «Sigfrido» che, chissà perché, viene pagato la bellezza di 8.000 euro. E però un indicatore di produttività che non può essere motivo di soddisfazione se, come è accaduto nel 2009, scende molto al di sotto della spesa dellanno precedente. Anche perché le entrare del botteghino si fermano a 3,3 milioni. Ma quante volte si alza il sipario al Comunale? Secondo Giambrone 170 volte in un anno. Secondo Toccafondi solo 107, se si escludono le missioni allestero. La produzione del Maggio è sempre posizionata ai più alti livelli: perfino alla Scala si ammette che il confronto è con il Maggio. Per le opere però il sipario si alza solo 37 volte. E di queste 22 sono le occasioni uniche o con una sola replica. Con leffetto di alzare non poco i costi. Al Comunale di Bologna, che non vanta il prestigio del Maggio, le alzate di sipario sono 159. Mentre alla Scala il conto sale a 319. Per non dire dei teatri esteri dove, le alzate di sipario si contano in almeno il doppio e il triplo di quelle di Firenze. Il direttore indiano si è esposto in piazza e sulla stampa E laristocratico Mehta diventa testimonial della cultura da difendere Dal concerto in Signoria alle "coccarde gialle" la metamorfosi di un intellettuale "Gli stipendi non si possono tagliare per decreto": anche ieri unintervista di fuoco Il bello è che Mehta non è certo un popolano. Nel senso delle origini, visto che Zubin nasce in una famiglia aristocratica indiana. Eppure di fronte al decreto Bondi, che dal podio ha definito «poveraccio», non ha esitato ad attaccarsi la coccarda gialla («Portatori sani di cultura») come tutti i lavoratori del Maggio, lui che è uno direttori dorchestra più celebrati del pianeta. Lui che ha diretto la Los Angeles Philharmonic Orchestra, la London Philharmonic Orchestra e la Munich Philharmonic Orchestra, di cui è direttore onorario. «Vogliamo dire a Roma che non siamo daccordo con questo decreto», ha spiegato il maestro prima di partire con la «Donna senzombra» di Strauss. Ha preso le difese della cultura musicale italiana lui, che del Maggio è direttore onorario a vita. E con lo stesso piglio col quale dà lattacco ai violini piuttosto che agli ottoni, nei giorni scorsi si è messo alla guida della protesta dei lavoratori del Maggio dirigendo «Va pensiero» sotto la torre di Palazzo Vecchio. E dando così lattacco per la prova di dissenso nei confronti del governo: «Ho preso un taxi e sono andato in piazza. E lì mi è sembrato naturale fare il mio mestiere», ha raccontato divertito il maestro, i cui concerti vengono spesso considerati pietre miliari dellinterpretazione musicale. Del resto unaltra fase adesso si è aperta. Lo sciopero è stato sospeso, dopo lintervento del sindaco Matteo Renzi come Mehta stesso ha riconosciuto: «Non è stato facile per nessuno lavorare per preparare opere e concerti con il cuore pesante», ha confessato dal podio del Maggio. Adesso però cè da pensare al riassetto, al Cda e al nuovo sovrintendente. Che il maestro, fa sapere fin dora, accetterà senza riserve perché non ha amici da sostenere o da sponsorizzare. Una dichiarazione di lealtà al Maggio musicale di cui lui è il simbolo. Più di quanto lo possa essere qualsiasi fiorentino. E cè da pensare al decreto, che il ministro dei beni culturali non sembra intenzionato a cambiare. E che lavoratori e sindacati intendono invece modificare. Così il maestro Mehta, dopo aver guidato la protesta per giorni, usa di nuovo la bacchetta da direttore per introdurre nuovi fraseggi. Si offre in prima persona nei panni del mediatore: «Mi sembra giusto mettersi intorno ad un tavolo e discutere. Tutti. Me compreso, se il ministro vuole vedermi», ha detto giusto ieri in unintervista a La Stampa. Chissà se Bondi lo chiamerà. Nel qual caso Mehta sarebbe pronto a far presente al ministro dei beni culturali che, tra le prime cose da fare, cè quella di metter giù il nuovo contratto nazionale per i lavoratori del settore scaduto ormai da tempo immemorabile. O, come ripete spesso, di varare finalmente una legge per defiscalizzare al 100 per cento, e non solo al 23 comè adesso nel nostro Paese, i contributi e le donazioni dei privati. Chissà se Bondi ascolterà il maestro agit-prop.