Le trecento chiese di Napoli, sparse nel centro storico più grande d'Europa, sono state l'oggetto di un fitto scambio di comunicazioni scritte e verbali fra la sovrintendenza, il comando dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, la curia ed il Fec, ossia il fondo del ministero dell'Interno che possiede, in città, alcune delle più belle chiese del mondo: San Domenico maggiore, Santa Chiara con il chiostro, San Gregorio Armeno solo per citarne alcune. Oggetto: vulnerabilità di questo patrimonio non ripetibile e diffuso sul territorio. Molte non sono protette neppure da un impianto antifurto, alcune ne hanno di datati e ormai stranoti al mondo dei topi d'arte. Lo speciale nucleo di carabinieri dedicato esclusivamente alla protezione dei beni d'arte, comandato a Napoli ed in Campania dal tenente Lorenzo Marinaccio, si è preoccupato di sottolineare questa fragilità, all'inizio dell'estate, usando come traccia l'elenco delle chiese che la Sovrintendenza considera di rilievo. Una mappa dalla quale risulta che la stragrande maggioranza delle chiese di Napoli (con la bella e non unica eccezione del Duomo) non è protetta da sistema d'allarme. Quelle del Fec (la sigla sta per Fondo edifici di culto) ne hanno, quasi tutte, ma i carabinieri avvertono che, ormai sono desueti. Alcuni risalgono addirittura agli anni '80. L'ideale, è stato fatto presente, sarebbero allarmi aggiornati e collegati con il 112 o il 113, a seconda delle zone. La risposta, purtroppo, era prevista ed inevitabile. La Curia dovrebbe disporre di fondi che non ha. Ed anche il Fec, che di chiese a Napoli ne possiede 42 e deve sovvenzionarsi con i proventi del capitale che amministra (restauri inclusi), non sta meglio. A questo si aggiunge il fatto che la percezione del pericolo è scemata: grazie, curiosamente, ad un risultato buono. La cadenza dei furti di «beni chiesastici», dati ufficiali del comando carabinieri tutela patrimonio culturale, è in costante discesa dal 2000. Parlano ancora dati ufficiali. Dal primo gennaio '96 (data di istituzione del nucleo campano) i «beni chiesastici» rubati fra Napoli e provincia sono stati 1846 per un totale di 144 furti denunciati. I dati scorporati anno per anno riguardano l'intera regione ma il bilancio di Napoli e provincia pesa sul dato per un buon 75 e sono quindi significativi: nel 2001 sparirono 327 fra quadri, candelabri, pale d'altare. Nel 2002 furono 323; nel 2003 si scende a 182; e a maggio del 2004 si arriva a 64. «La prova che la prevenzione e la sensibilizzazione funzionano» dicono gli investigatori. Il problema ora è non disperdere il patrimonio. Tanto più che i segnali d'allarme non mancano. Il nuovo bersaglio dei topi d'arte sono i privati. I carabinieri, di recente, hanno recuperato quadri ottocenteschi di gran pregio rubati in un appartamento privato della zona di Chiaia. E sempre i dati ufficiali (che parlano di 2388 oggetti trafugati a privati in quattro anni) dicono che l'attenzione deve spostarsi su questo fronte. Siamo abbastanza all'erta? Un punto di sofferenza dei cacciatori di topi d'arte è la mancanza di coordinamento con i cugini della polizia. I furti d'arte non di competenza dell'Arma non vengono segnalati al solo organo di polizia che in Italia sia specializzato in questo genere di indagini. «Questo nonostante la circolare dell'allora prefetto Parisi che lo prescrive» lamentano i carabinieri. Il segnale, però, è dato. Coordinamento e prevenzione non possono attendere.
Meraviglie incustodite vigilanza sotto accusa
Le 300 chiese di Napoli sono state oggetto di un fitto scambio di comunicazioni tra la sovrintendenza, il comando dei carabinieri e la curia. L'oggetto è la vulnerabilità del patrimonio culturale non protetto. Molti non hanno un impianto antifurto e alcune chiese hanno sistemi datati. Il nucleo di carabinieri dedicato alla protezione dei beni d'arte ha sottolineato la fragilità del patrimonio. La maggioranza delle chiese non ha allarme, ma quelle del Fec (Fondo edifici di culto) ne hanno quasi tutte. Tuttavia, i carabinieri avvertono che i sistemi sono desueti.
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