Dopo giorni di cortei in musica e assemblee con la bara della cultura portata a spalle da maschere e artisti, allindomani dello scontro tra il sovrintendente Lissner («I lavoratori della Scala possono contare su di me» ) e il ministro Bondi («Trovo sorprendenti le sue dichiarazioni...»), a poche ore dalle parole amare di Baremboim («Mi chiedo come sia possibile pensare di punire un teatro che cresce»), Letizia Moratti apre finalmente bocca. E pur di dire il meno possibile sfiora il balbettìo: non nomina il teatro di cui pure presiede, raramente di persona, il cda, annacqua a «criticità» un braccio di ferro che farà saltare la prima di giovedì, figuriamoci se cita governo, decreto e ministro, già fin troppo nervoso per lindisciplina che «nel mondo della lirica» alligna. Chi se la ricorda sul palco, tra le fiaccole come Giovanna dArco a reclamare in comizio da un governo diverso fondi, truppe e attenzione specialissima per la sua città assediata dal disordine e dallavarizia di Roma, può misurare, non per la prima volta, la differenza. Una tessera del Pdl ancora fresca di stampa, il fiato sul collo del governatore Formigoni e degli uomini del premier sullExpo, la fine del mandato che si avvicina e lacquolina alla bocca della Lega per la sua poltrona, certo, possono spiegare molte cose. Ma difficilmente spiegano a cosa serva un sindaco che di fronte agli appelli a non sacrificare il più smagliante fiore culturale allocchiello di Milano tira le tende per non vedere e non sentire. E dalla penombra si augura, per il bene della lirica, che tutto si chiarisca.