I sindaci del Polo contro la decisione di Soru che blocca tutte le costruzioni sulla costa. Chi può dissentire, in buona fede e in tutta onestà, da una norma che serva effettivamente a difendere il territorio e il paesaggio di un paradiso come la Sardegna? E chi può contestare, dunque, la decisione della nuova giunta regionale guidata da Renato Soru di fermare l'avanzata del cemento selvaggio, per impedire lo scempio urbanistico nella "perla del Mediterraneo"? CON la delibera che sospende per tre mesi qual-siasi attività di costruzione in una fascia di due chilometri dal mare, in attesa di un Piano paesistico da adottare entro un anno, la Regione ha emanato un provvedimento d'emergenza contro l'anarchia edilizia, contro il vuoto legislativo e il conseguente caos che ormai minacciavano di compromettere irreversibilmente i tratti più incontaminati delle coste sarde. Ma come mai si era arrivati a questa situazione estrema e perché? Nell'ottobre del 2003 molti avevano accolto con entusiasmo la sentenza con cui il Tribunale amministrativo, su ricorso delle principali associazioni ecologiste, respinse ben tredici piani paesistici approvati dalla precedente amministrazione di centrodestra. Se il Tar li ha bocciati, vuol dire evidentemente che non erano legittimi, che non rispettavano la legge urbanistica regionale, che non tutelavano adeguatamente l'assetto del territorio. Eppure, come riconoscono gli ambientalisti più consapevoli, quella fu in realtà una vittoria di Pirro: vale adire un boomerang che, facendo tabula rasa dei vincoli previsti, ha dato via libera alla lottizzazione più sfrenata. Una volta di più, insomma, l'esperienza insegna che non sempre l'estremismo (in questo caso, verde) paga. E la lezione può essere utile anche ora, per la stessa giunta di centrosinistra e per i suoi sostenitori, in preparazione del Piano paesistico regionale che dovrà riempire appunto il vuoto legislativo e definire una nuova fascia protetta, oltre i trecento metri dal mare stabiliti dalla vecchia legge Galasso. In questa prospettiva, per un'isola frastagliata come la Sardegna, due chilometri possono anche essere troppi o troppo pochi. Dipende, tratto per tratto, dalla configurazione della costa. Sarà opportuno perciò verificare in concreto, comune per comune, le caratteristiche particolari di questo o quel territorio per decidere di conseguenza. Sul piano del metodo, un confronto aperto e democratico con le amministrazioni locali comunque s'impone. Altrimenti, magari al di là delle migliori intenzioni, c'è il rischio di favorire gli interessi forti, quelli di chi già possiede abitazioni, residence, ville o alberghi sulle coste sarde. O peggio ancora, di alimentare involontariamente una bolla speculativa, come quella finanziaria ai tempi d'oro di Internet. Né si può ridurre tutto all'effetto annuncio, a una campagna mediateca fine a se stessa, all'insegna della demagogia, dell'isolazionismo o del protezionismo autarchico. Per crescere e prosperare, alla Sardegna serve un modello di sviluppo economico-so-ciale, moderno, compatibile con la difesa dell'ambiente e con la valorizzazione di tutte le sue risorse, a cominciare proprio da un turismo soste nibile. Ha ragione il governatore Soru a dire che questo non si può identificare con l'attività edilizia. Ma è pur vero che non deve ispirarsi a un paradigma "cavernicolo", fatto esclusivamente di campeggi, tende, roulotte e caravan. La "perla del Mediterraneo" ha bisogno di essere protetta dai nuovi barbari, non di essere blindata e diventare un'isola "off limits".