C'è chi salva società coi conti in disordine e chi - col camice da chirurgo o la divisa da pompiere - la vita della gente. Da salvare ci sono anche gli animali e i testi antichi, l'ambiente e i dialetti, talvolta la pelle e - anche se è sempre meno di moda - la dignità. Poi c'è Daniele Kihlgren, 43enne che salva i borghi medievali del Sud Italia. Una missione, la sua, che parte da lontano: un viaggio in moto sino ad Agrigento fatto più di vent' anni fa, se non da lontanissimo, quando ancora ragazzino diede segni di irrequietezza fuori dal comune. Discendente di una ricca famiglia di industriali svedesi e figlio di un diplomatico scandinavo, Kihlgren non ha mai amato la lingua di papà, piena di suoni gutturali. Meglio la lingua di mamma, una bergamasca che gli ha regalato il nome Daniele, perfetto per smussare gli angoli di quel cognome vichingo. A smussare invece il suo carattere c'è voluto del tempo: da ragazzino Kihlgren riesce a farsi buttar fuori da tre scuole. A Milano non troverà mai pace. Poi la scelta di andare a Napoli a studiare filosofia, scoprire un'Italia diversa: caotica e affascinante, E il prologo di quel viaggio in moto, destinazione Sicilia, che darà un senso alla sua vita e non solo. «Sono arrivato nella Valle dei Templi di Agrigento e non sapevo se essere estasiato o inorridito - ha raccontato recentemente Kihlgren al giornale inglese The Independent -. Un luogo magico, meraviglioso, rovinato dalle case abusive e dal cemento. Mi chiesi, ma come si fa ad essere così stupidi? Rispettando la bellezza degli antichi qui la gente avrebbe potuto diventare ricca, vivendo in un paradiso e facendo pagare 300 euro a notte ai turisti» Insomma, Kihlgren realizzò in quel momento che c'era un'Italia da salvare, restava da capire come. L'occasione si presentò durante un viaggio in Abruzzo, esattamente a Santo Stefano di Sessanio. Uno di quei paesotti semiabbandonati che circondano il Gran Sasso. Aveva una bellezza, una dignità e un passato ma nessuno che si preoccupasse del suo futuro. Ogni anno da Santo Stefano partiva qualcuno, ma nessuno tornava. Le case di pietra, vuote, erano belle ma sfiorite. Chi le aveva non sapeva che farsene. Nel 1999 Kihlgren cominciò a cercarne i proprietari in giro per l'Italia, persino Oltreoceano, da qualche Zio d'America. Lui faceva un'offerta, loro accettavano. «Qualcuno pensava che mi fossi ammattito. Un sempliciotto che a ogni casa comprata si era fatto fregare». Non era così. L'idea di Kihlgren era un'altra, ricostruire il borgo, riportarlo in vita. Man mano che aumentavano le case di sua proprietà, aumentava anche la popolazione di Santo Stefano: nel 2001, a lavori non ancora conclusi, il 75 delle case risultava abbandonato. Nel 2008, quando il progetto di Kihlgren (che si chiama Sextantio) aveva già messo radici, gli abitanti erano diventanti più di 120, il doppio di quando arrivò il salvatore svedese. Inoltre si contavano 30 attività commerciali e 7.300 presenze annue. Lo svedese d'Italia, insomma, non è solo un filantropo, perché le case ricostruite sono diventate nel frattempo un albergo diffuso. Un hotel sparso per tutta la città, con interni ed esterni rispettosi della storia della cittadina, che gli sta facendo guadagnare dei bei soldi. Ma ai visitatori di Santo Stefano, sembra il minimo. D'altronde ha rianimato una città in fin di vita dopo un patto col sindaco che suona più o meno così: «Io investo ma voi non fate costruire nuove case, che di cemento ce n'è anche troppo». Gli hanno dato retta e i risultati si sono visti, a tal punto che negli anni passati Kihlgren si è comprato altri cinque villaggi, tutti già resuscitati. Ora altri tre sono praticamente già nelle sue mani: uno è in Abruzzo, non lontano da Santo Stefano, gli altri due ancora non si sa dove, ma di sicuro al Sud sua terra prediletta. È li che si concentrano i suoi sforzi: a Matera è riuscito a convincere gli amministratori locali della bontà del suo progetto, e ora ha una concessione trentennale per occuparsi di 20 storici Sassi. Pare sia solo l'inizio. «L'obiettivo è salvare 30 borghi dall'Abruzzo alla Calabria, solo così potremo dire di aver salvato il Sud d'Italia».